Come fate senza la scuola?

[Della scelta di rinunciare al percorso di scolarizzazione istituzionale e seguire percorsi meno battuti]

In questo articolo ho scelto di utilizzare il genere femminile quando parlo in generale  di bambini e bambine al posto del maschile nel tentativo di generare una riflessione sul linguaggio che possa essere volano per il cambiamento.

L’articolo scritto da Ersilia e un paio di scambi telefonici con degli amici mi portano ad avere bisogno di mettere nero su bianco alcuni pensieri inerenti alla decisione di non iscrivere Giacomo e Anita a scuola.

Molte persone sono incuriosite da questa scelta e quando poi scoprono la mia professione, la curiosità si trasforma, talvolta, in perplessità.

<< Ma come proprio tu che ci lavori?!>>

<< Sì, proprio perché ci lavoro!>> è la mia risposta.

Conosco bene il mondo scolastico. Faccio il maestro da più di dieci anni. Nella scuola (oltre agli anni trascorsi come studente) ci lavoro da oltre vent’anni sia come educatore, come conduttore di laboratori e come formatore.

Per l’esperienza che ho maturato mi sento di poter dire che la scuola non è il luogo migliore in cui imparare.

Non è mia intenzione però criticare in questo articolo l’istituzione scolastica né tantomeno chi sceglie di affidarcisi. Vorrei piuttosto spiegare quali sono le motivazioni che ci hanno portato a intraprendere un percorso di descolarizzazione e come sia possibile che nostro figlio e nostra figlia imparino nonostante non frequentino la scuola.

Una frase che mi sento spesso rivolgere è << Vabbè ma tu sei un maestro, ci pensi tu ad insegnargli>>.  Niente di più lontano dalla realtà. Facevo già fatica a sostenere questo ruolo a scuola. Ho lavorato a lungo per destrutturami, per scendere dalla predella (si usa ancora in poche scuole ma sopravvive nella testa di molti colleghi) e svestirmi dei panni dell’insegnante. Finché mi è stato possibile farlo ho eliminato la cattedra dalla mia aula, ho ripensato gli arredi, ho abolito astucci e compiti, me ne sono fregato dei programmi, ho introdotto da subito l’autovalutazione e la possibilità di personalizzare il curricolo. Ho sempre trascorso molto tempo fuori dall’aula. Ho dato tanto spazio al gioco. Ho privilegiato gli aspetti emotivi e relazionali a quelli didattici.

Come padre mi è venuto spontaneo non voler diventare il maestro dei miei figli.

Sono convinto che un maestro o un genitore (ma più in generale una persona) possa favorire l’apprendimento nel momento in cui smette di insegnare. Solo se si cambia prospettiva e ci si sposta da una posizione frontale, direttiva, la relazione tra adulto e bambina può generare un apprendimento che sia duraturo, carico di senso, autentico e, non ultimo, gioioso.

Ho fatto in modo che la scuola non interferisse con la mia educazione.

Mark Twain

Scegliere l’autoapprendimento vuol dire, innanzitutto, considerare l’apprendimento un fenomeno normale ed inevitabile. Come respirare, pensare o parlare.

Vuol dire disimparare tutto ciò che abbiamo interiorizzato nella nostra esperienza di persone scolarizzate.

Vuol dire contemplare la possibilità che la scuola non sia l’unico (o il migliore) ente preposto alla formazione.

Scegliere l’autoapprendimento vuol dire dare importanza al gioco spontaneo.

Il gioco è per le bambine, come per tutti i cuccioli di mammifero, la prima modalità utilizzata per imparare.

Peter Gray ha condotto uno studio per comprendere il gioco in quanto metodo di apprendimento e nel suo imprescindibile libro “Lasciateli giocare” ha raccolto molteplici ricerche ed esempi a sostegno della tesi secondo cui le bambine “giocando imparano ad assumere il controllo della propria vita”. [Peter Gray, Lasciateli giocare, Einaudi, 2015]

Quando gli viene data l’opportunità di giocare, di sperimentare e di dirigere i propri percorsi di apprendimento fioriscono letteralmente davanti ai nostri occhi. Sovente noi adulti siamo obnubilati, la nostra visione si fa opaca, viziata com’è dalle aspettative e dalla cultura in cui siamo cresciuti.

Quello che ormai da anni vado ripetendo a docenti e genitori durante i miei corsi di formazione è che il gioco è nutrimento fondamentale per diverse componenti della persona: emotive, relazionali e cognitive.

Ogni bambina si merita di poter crescere e imparare guidata dalla meraviglia e dallo stupore.

Troppo spesso la scuola, con i suoi tempi serrati, con gli obiettivi e gli strumenti uguali per tutti, con le valutazioni sommative (e sommarie), si concentra sul prodotto anziché sul processo.

Certamente la scuola dà sicurezza. Delegare ad altre persone ritenute “specializzate” contribuisce a mettere a tacere molti dubbi.

Diverse persone mi hanno confidato che la paura che li porta a prediligere un percorso eterodiretto (quello in cui sono solo gli adulti che scelgono, dirigono, controllano, valutano) è alimentata da domande tipo: impareranno comunque? E se giocano e basta? Sono in grado di seguirle abbastanza? Gli do abbastanza stimoli?

Forse anche nel nostro modo di essere genitori dovremmo assumere  un atteggiamento minimalista e fare nostra la massima dell’architetto Ludwig Mies van der Rohe “Less is more”…

Mi sorge un dubbio: è forse per contrastare la nostra personale paura che cerchiamo in tutti i modi di attrezzare i nostri figli contro le incertezze del futuro?

Nel tentativo di riempire le loro giornate non lasciamo alle bambine il tempo di vivere la loro infanzia.

Stiamo già pensando al loro futuro. Cosa farà da grande? Riuscirà a cavarsela? Avrà successo?

Anziché tormentarci (e tormentarle) con questi pensieri sarebbe forse meglio focalizzarsi sul qui e ora e provare a capire chi sono oggi le nostre figlie anziché progettare cosa faranno domani.

Lasciare che le bambine guidino i propri percorsi di apprendimento prevede un ingrediente fondamentale: la fiducia.

Io la intendo in tre direzioni.

Occorre avere fiducia nelle nostre figlie. Nella loro innata predisposizione a imparare. Nella loro curiosità che le porta a voler scoprire il mondo e a capire come funziona. Nella loro capacità, man mano che crescono, di discriminare ciò che ritengono utile, interessante, funzionale alle loro ambizioni e scelte di vita.

Occorre avere fiducia in noi stessi. Riscoprire e coltivare la nostra competenza genitoriale. Saper sostare, ascoltare, osservare. Riuscire a fare qualche passo indietro rispetto alle nostre aspettative per lasciare  spazio a quelle delle piccole persone che abbiamo generato. Accogliere le loro inclinazioni, i loro interessi, i loro desideri anche se non coincidono coi nostri. Dovremmo riuscire, parafrasando Maria Montessori, a rimuovere gli ostacoli che potrebbero interferire con il loro apprendimento anziché scavare il solco entro il quale vorremmo condurlo, dirigerlo, imbrigliarlo.

Occorre, infine, avere fiducia nel mondo. Lasciare che ogni incontro porti qualcosa di nuovo, di arricchente. Mi piace pensare che altre adulte e bambine possano essere di stimolo per la curiosità dei nostri figli. Mostrargli cose che io non so o che non amo.

È questo che intendo quando dico che non abbiamo bisogno di maestri ma di persone appassionate ed appassionanti. Persone curiose, capaci di trasudare stupore, di suscitare interesse, di inventare storie e nuovi mondi possibili.

Occorre fiducia.

Se viene a mancare questa fiducia si finisce per vivere accompagnati dalla preoccupazione di non stare facendo abbastanza, di non dare alle nostre figlie tutto ciò di cui hanno bisogno. Ma siamo proprio sicuri che ciò di cui hanno bisogno sia la scuola? Perché? Solo perché “Ci siamo andati tutti” o “si è sempre fatto così”? (punto che meriterebbe un approfondimento visto che la scuola per come la conosciamo e l’abbiamo frequentata noi esiste solo da 3 secoli circa).

Scegliere la scuola, dicevo, vuol dire scegliere di delegare.

Affidarsi ai “professionisti dell’educazione” vuol dire alleggerire il nostro carico di responsabilità genitoriale.

Noi questa delega non la vogliamo praticare. Vogliamo riappropriarci, per noi e per i nostri figli, del diritto di scegliere cosa-quando-come-dove imparare. Lo facciamo di giorno in giorno. Nel pieno rispetto dei nostri tempi, dei nostri interessi delle nostre passioni.

Scegliere l’autoapprendimento significa, secondo me, essere disponibili ad accogliere il caos, il disordine, le attività lasciate a metà, i rifiuti alle proposte. Significa rinunciare alla linearità, agli schemi, alle tabelle, agli orari fissi, ai programmi.

È ormai assodato che l’apprendimento non è un processo lineare. Impariamo per tentativi, accomodamenti, salti avanti e indietro. Scopriamo una cosa mentre ne cercavamo un’altra.

Quando, nei percorsi di formazione rivolti agli insegnanti, chiedo di rappresentare graficamente l’apprendimento, l’immagine che prevale è quella di una linea retta che si muove da sinistra a destra, spesso con moto ascendente.

Personalmente lo visualizzo come una spirale. Rende meglio l’idea di un processo ricorsivo che torna sui propri passi e gradualmente aumenta di complessità.

Scegliere l’autoapprendimento significa allenare lo sguardo.

Vedere apprendimento dove altri vedono tempo perso.

I nostri figli imparano sempre e comunque. Anche a prescindere da noi.

Anita ha imparato a riconoscere le lettere, ad unirle per formare parole, a leggerle e a scriverle. L’ha fatto perché ne era incuriosita. Nessuno glielo ha imposto. Né io né Ersilia le abbiamo detto che avrebbe dovuto farlo perché “ti servirà da grande”.

La stessa cosa è accaduta a Giacomo.

Pur non manifestando grande interesse per la letto-scrittura ha comunque appreso a leggere e scrivere seguendo le proprie motivazioni e i propri tempi. Negli ultimi giorni ha riscoperto l’amore per i fumetti e in due giorni si è letto tre albi di Diabolik.

Per contro ha sempre avuto uno spiccato interesse per i numeri, per i calcoli e, più in generale, per la logica matematica.

Non so dire esattamente da dove sia nata questa passione. Non ci siamo pre-occupati di dirigerla, di formalizzarla. L’abbiamo assecondata. Abbiamo dato insieme un nome alle cose.

Scegliere l’autoapprendimento vuol dire assolvere al proprio ruolo di genitori. Vuol dire dare il buon esempio.

La nostra casa e il nostro camper sono pieni di libri. Abbiamo sempre letto per i nostri figli e continuiamo a farlo quando ce lo chiedono. Lo facciamo perché ci piace, perché crediamo sia un importante veicolo di emozioni e rinforzi la nostra relazione. Non ho mai pensato per un solo minuto di rifiutare di leggere per loro per fare in modo che fossero spronati a imparare leggere da soli.

Il piacere per la lettura, e forse ancor di più il suo aspetto relazionale, è emerso da qualche mese a questa parte anche nella proposta che talvolta i nostri figli ci hanno rivolto di voler leggere per noi.

Durante questi mesi, così come durante la frequenza a g.a.i.a., non abbiamo mai deciso a priori cosa i nostri figli avrebbero dovuto imparare. Non seguiamo nessun programma. Quando facciamo delle proposte è, nella maggior parte dei casi, sulla base degli interessi che abbiamo visto emergere in loro. Altre volte sono i nostri interessi e le nostre passioni a portarci a coinvolgerli in alcune esperienze. L’esposizione ad un ambiente ricco di stimoli differenti può generare curiosità e voglia di conoscere. Man mano che si presentano nuovi interessi e spunti interessanti cerchiamo di coglierli, di stare in ascolto e di rilanciarli con nuove esperienze, nuove scoperte.

Faccio un esempio: inizialmente non avevamo messo in programma di andare a Parigi. Tendiamo ad evitare le grandi città perché non sono sempre facili da visitare col camper.

Anita e Giacomo volevano salire sulla torre Eiffel che spesso avevano visto in uno dei loro cartoni animati preferiti.

Grazie anche alla generosa donazione della famiglia di Ersilia ci siamo potuti permettere di accogliere la loro richiesta.

Per Giacomo si è trasformata in un’occasione per dare seguito ai suoi interessi: contare i gradini, informarsi sulle misure, confrontarle con altri monumenti, osservare gli enormi bulloni, interrogarsi sul funzionamento dell’ascensore. Anita, guardandosi intorno alla ricerca di Ladybug, si è lasciata suggestionare dalla maestosità e dall’imponenza della torre che è stata oggetto dei suoi disegni nei giorni successivi. Si è poi dovuta cimentare con i calcoli volendo acquistare i celebri macarons nel bar (costosissimo!) del secondo piano.

A questa esperienza abbiamo affiancato la visita a due musei (Pompidou e D’Orsay) che loro non avrebbero probabilmente visitato. Non era nostra intenzione istruirli sulla storia dell’arte ma inevitabilmente il nostro entusiasmo e l’immersione in una dimensione estetica li ha profondamente coinvolti. A distanza di tempo hanno richiamato alla memoria quelle esperienze, menzionando quadri, autori e stili.

Crediamo che non serva essere dei tuttologi, ce ne sono già troppi al mondo, e che se anche i nostri figli non impareranno tutto ciò che potrebbero imparare a scuola sapranno colmare eventuali lacune, se lo vorranno. Prediligiamo la qualità alla quantità. Non esistono, a mio modo di vedere, saperi imprescindibili. Ciascuno impara ciò che gli serve per stare a proprio agio nella società in cui vive.

Quello che con Ersilia cerchiamo di fare è semplicemente stare. Stare a guardare: osserviamo i nostri figli che imparano con curiosità e gioia. Così come abbiamo fatto quando hanno imparato a parlare o a camminare. Stiamo nello stupore. Stiamo nell’attesa. Stiamo nella noia, nella frustrazione.  Lavoriamo su di noi piuttosto che sui nostri figli. Abbiamo imparato (o meglio stiamo imparando) a rinunciare alle aspettative sulle persone che saranno, che vorremmo diventassero.

Stare vuol dire anche essere presenti, svegli, consapevoli, disponibili. Significa allenarsi ad osservare, essere in ascolto, avere l’umiltà di ammettere di non avere tutte le risposte ma al contempo essere disponibili a porsi nuove domande, a dubitare, ad accogliere ipotesi che ad uno primo impatto possono sembrare assurde.

L’esperienza del viaggio ci ha confermato che è un contesto particolarmente favorevole. Ci piace essere aperti agli incontri e alle novità che questo tipo di esperienza ci riserva.

Siamo dei privilegiati, lo sappiamo.  Siamo anche consapevoli, però, che le cose non accadono per caso. Fare questo viaggio è stata una scelta.

Abbiamo dovuto rinunciare ad alcune cose (tipo lo stipendio…) a favore di un’esperienza che ci ha arricchito, ci regalato tanta bellezza e la ricorderemo per tutta la vita.

Scegliere l’autoapprendimento è, in definitiva, un grande salto nel vuoto.

Vuol dire abbandonare la strada battuta per avventurarsi lungo sentieri poco esplorati e poco frequentati.

È una scelta costellata di domande, di responsabilità e di fatiche.

Tutto ciò che osserviamo ci incoraggia e ci sprona a continuare a percorrere questo sentiero. Speriamo di incontrare un numero sempre maggiore di uomini e donne che abbiamo voglia di camminare con noi.

Avanti così!

Cosa faremo quando torneremo?

Dopo sei mesi dalla nostra partenza il rientro si fa più vicino. Oggi abbiamo giocato pensando a cosa ci piacerebbe fare una volta a casa.

Abbiamo appeso dei fogli e ognuno di noi scriveva ciò che voleva.

Alla fine, rileggendoli, abbiamo raggruppato le cose simili.

 Ne sono venuti fuori sei elenchi.

Cose da fare:

  • Andare a passeggiare alla “Zoca dei Pirutit
  • Incontrare gli amici e i parenti e fare festa insieme
  • Stampare le foto del viaggio
  • Andare al cinema
  • Andare in libreria
  • Un corso di tiro con l’arco
  • Accendere il fuoco nel nostro braciere
  • Andare allo skatepark
  • Andare in piscina
  • Farsi fare un bel massaggio (regalo di Babbo Natale)
  • Montare le interviste che abbiamo realizzato per farne un documentario
  • Danzare!

Cose da mangiare:

  • Tiramisù
  • Lasagne
  • Gelato
  • Anguria
  • Pizza e focaccia
  • Gli spaghetti aglio, olio e peperoncino di Tanino
  • La crostata di mele di Antonietta
  • Arrosticini

Giochi da fare:

  • Catan
  • Ticket to ride
  • Lego 24/24
  • Dixit
  • Dummy
  • Gioco dei mimi
  • Risiko

Cose da imparare:

  • Lavorare a maglia
  • Imparare meglio l’inglese
  • Imparare il finlandese
  • Imparare i nomi degli alberi in tante lingue
  • Suonare uno strumento
  • Disegnare
  • Nuotare bene

Buoni propositi:

  • Dire ai miei genitori che gli voglio bene
  • Meditare: contemplare e praticare
  • Esprimere in modo chiaro i miei bisogni
  • Vivere con meno. È comunque abbondante
  • Camminare almeno un po’ tutti i giorni
  • Celebrare le cose belle della vita
  • Smettere di fare elenchi di buoni propositi
  • Continuare a sognare in grande

Prossimi viaggi:

  • Grecia e Turchia
  • Georgia
  • Argentina
  • Giro del mondo in 6 mesi con i mezzi pubblici
  • Camino di Santiago e Via della Plata
  • Andare in India per vedere le tigri e in Africa per vedere i leoni
  • Ovunque. Purché a piedi

Sbagliando si inventa…

La paternità ha rappresentato una svolta nella mia vita.

Vedere comparire il capoccione del mio primo figlio, grande e ovale come un pallone da rugby, e poi prenderlo in braccio pochi istanti dopo il parto ha spalancato, oltre al mio cuore, i miei dotti lacrimali.

Ho pianto per ore, giorni, settimane davanti alla meraviglia della vita condensata in quel piccolo essere umano.

Qualche mese dopo la sua nascita, una volta fatto ritorno sulla superficie terrestre, ho detto ad Ersilia “Nostro figlio non andrà a scuola!” Dopo un primo momento di shock, e grazie all’ossitocina ancora in circolo, si è mostrata disponibile ad ascoltare le mie argomentazioni.

Da quel giorno abbiamo intrapreso un percorso di in-formazione che ci ha portato a conoscere differenti approcci pedagogici.

Abbiamo cominciato a leggere libri, vedere documentari e, soprattutto, a incontrare famiglie che, in Italia e all’estero, avevano già dato vita a progetti alternativi alla scolarizzazione.

Giacomo, nel frattempo, aveva iniziato a frequentare un nido-famiglia quando, nel gennaio 2016, organizzammo il primo incontro rivolto al pubblico presso il liceo Parini di Seregno grazie all’ospitalità di Gianni Trezzi che oltre ad essere un amico è sempre stato un dirigente illuminato e sensibile.

Invitammo come relatore Paolo Mottana, nostro docente ai tempi dell’università, cui chiedemmo di rispondere alla domanda (che per mesi fu anche il nome del nostro gruppo informale) “Un’altra scuola è possibile?”

A quella serata parteciparono oltre cento persone, tra loro tanti insegnanti, e, per fortuna, alcuni genitori interessati e interessanti. Tra questi c’era Iris (che ancora oggi è una delle colonne del nostro sodalizio) e altre famiglie con cui cominciammo a incontrarci ogni settimana.

Nella primavera di quello stesso anno, a seguito di alcune piacevoli chiacchierate con Massimiliano Fratter, folgorato dall’incontro con la pedagogia libertaria, organizzammo un ciclo di conferenze presso il Bosco delle Querce di Seveso.

I nostri interessi si erano ormai focalizzati su alcune tematiche ben precise: approccio pedagogico non direttivo, apprendimento auto-diretto ed educazione in natura.

Nuove famiglie si aggregarono e, grazie all’interessamento dell’allora assessore all’istruzione del comune di Seveso, trovammo finalmente una sede idonea per dare vita, nel settembre 2017, al progetto di libera immersione in natura che stavamo sognando: Samara.

Da allora abbiamo percorso tanta strada, incontrato tante persone grandi e piccole e, inevitabilmente, commesso tanti errori. Solo chi non fa non sbaglia. E proprio a partire dai nostri sbagli abbiamo scoperto nuovi stimoli, nuove direzioni.

Ci hanno sempre guidato la volontà di rispondere ai bisogni dei nostri figli, di dare loro l’amore, la fiducia e il rispetto che meritano.

Nel nostro procedere abbiamo incontrato ostacoli e vissuto momenti di sconforto. Ci ha sempre supportato essere parte di una autentica comunità educante, quella che ormai rappresenta una solida e meravigliosa realtà condensatasi attorno ai progetti di Casa pedagogica.

Il titolo di questo articolo è fuorviante: non ci siamo inventati nulla! Abbiamo tolto anziché aggiungere, ci siamo ritrovati e doverci de-strutturare, a smantellare l’aurea di sacralità (e talvolta di presunzione) che ci apparteneva in quanto “professionisti dell’educazione”.

Abbiamo riscoperto vecchi paradigmi e buona pratiche anziché seguire le mode glitterate del momento.

È vero, però, che nel panorama delle realtà educative progetti come i nostri, che anche in Italia stanno cominciando a trovare diffusione, rappresentano un’alternativa all’istituzione, sono portatori di una carica innovativa, radicale e gioiosamente sovversiva.

Inevitabilmente queste esperienze hanno influenzato la mia professionalità. Chi mi conosce sa che non sono mai stato un maestro particolarmente ortodosso. Oggi vivo in una condizione schizofrenica: da un lato cerco di portare qualche piccolo cambiamento all’interno dell’istituzione contaminandola con quanto di fertile e vivo sta accadendo al di fuori delle mura delle aule scolastiche; dall’altro come padre e responsabile di casa pedagogica, mi godo la bellezza che deriva dal vedere bambini e bambine libere di imparare secondo i propri tempi e i propri interessi.

Questo viaggio è nato dalla necessità di prendere tempo e di volgere lo sguardo altrove e si sta rivelando anche un’occasione preziosa per riflettere su quanto ho fatto fino ad ora.

Senza la pretesa di aver trovato la via migliore ma con la consapevolezza di poter camminare a testa alta, con lo sguardo aperto, respirando aria buona. Ci saranno ancora bivi, inciampi, errori da cui imparare. La voglia di camminare non mi manca. Avanti così.

Sbagliando si impara

Ho iniziato a fare il maestro quasi quindici anni fa. Dopo aver lavorato per anni come educatore, insegnante di teatro e ludotecario mi sono ritrovato ad accettare la proposta di un amico preside per fare alcune supplenze. Mi sono approcciato all’insegnamento con curiosità e voglia di imparare. Due anni dopo mi è arrivata una proposta di assunzione in una scuola paritaria. Ancora oggi sono grato al direttore di quell’istituto per la fiducia che mi ha accordato permettendomi di sperimentare moltissimo e di mettere in pratica metodologie e teorie apprese sui libri o nei corsi di aggiornamento.

È stato a partire da questa esperienza, finalmente stabile e quotidiana, che qualcosa dentro me si è incrinato.
Ho cominciato a pormi domande sul mio ruolo, sulle dinamiche di potere insite nella relazione maestro/alunno, sulla retorica di domande illegittime rivolte con fare inquisitorio a bambini impauriti da chi già conosce la risposta.
Ho capito che qualcosa non andava.
Il punto di partenza è stato vedere come la creatività, la curiosità, la giocosità e il piacere per l’apprendimento dei miei alunni e delle mie alunne andassero scemando pochi mesi dopo il loro ingresso a scuola. Ciò che ho contribuito ad insegnargli è che imparare è una fatica oltre che un dovere. Ho tolto loro tempo e spazio che avrebbero potuto dedicare al gioco spontaneo. Ho fatto tanti errori sulla pelle dei bambini e delle bambine che ho incontrato in quasi quindici anni di insegnamento. In qualche modo sento di aver mancato di rispetto a loro e a me stesso.


Ne ho ricavato a distanza di tempo una nuova consapevolezza.

E la nascita del nostro primo figlio ha accelerato il cambiamento che già era in corso indirizzandomi verso una scelta per nulla facile, complessa, radicale.

Continua…

Verso Nord

[Della contraddizione tra il viaggiare senza meta e la brama, moderna e capitalista, di possederla.]

Siamo partiti ormai oltre due mesi fa senza avere una meta precisa.

Pensare questo viaggio è stata una necessità, un salvagente per la mente e lo spirito dopo lunghi, faticosi mesi di restrizioni.

Ci siamo dati una cornice, uno sfondo: conoscere famiglie e gruppi che come noi hanno scelto l’unschooling e poter raccogliere le loro storie sperando di farne un documentario. Tutto qui.

Non abbiamo pianificato granchè. A chi ci chiedeva quale sarebbe stata la nostra prima tappa rispondevamo ironicamente: Lecco! Solo pochi giorni prima di partire abbiamo pensato di fare sosta a Grumes (TN) che per noi è un luogo speciale, abitato da due amici speciali.

Anche in passato in tutti i viaggi che ho fatto non ho mai programmato niente con largo anticipo. Niente agenzie, niente alberghi, niente tour organizzati, niente pacchetti, niente braccialetti all-inclusive. Forte del mio bagaglio da teatrante ho sempre lasciato ampio spazio all’improvvisazione.

Viaggiare, per me, è aprirsi al mondo. Lasciare che le cose accadano. È con questo atteggiamento che mi sono sempre messo sulla strada. A piedi, in treno, su sgangherati tuk-tuk in Asia o chiassosi e sovraffolati taxi-brousse nell’Africa subsahariana. Può risultare più scomodo, faticoso, lento… ma ne sono sempre stato ripagato. Gli incontri si verificano e ti arricchiscono se sei disponibile a vivere allo stesso ritmo e nelle stesse condizioni delle persone dei luoghi che visiti. Ci sono alcune buone abitudini che pratico durante i miei viaggi e che consiglio a chiunque voglia togliersi gli abiti comodi del semplice turista:

  • Rinuncia alla pizza, ai ristoranti italiani e, ovviamente, a Mc Donald. Assaggia la cucina locale!
  • Impara la lingua! Anche solo qualche semplice frase per salutare, ringraziare sarà molto apprezzata e faciliterà la socializzazione.
  • Se riesci fatti ospitare a casa di qualcuno. Non devi per forza importunare la gente al bar o sui mezzi: esisotono tanti network e portali per farlo. Entrare nelle case permette di conoscere da vicino usi e costumi e spogliarsi dei propri stereotipi. Togliti le scarpe!
  • La fretta del mordi e fuggi non aiuta. Volere visitare tutti i musei, tutte le chiese, fotografare tutti i monumenti non è l’atteggiamento migliore per esplorare un luogo. Se hai tanto tempo a disposizione pemettiti di gironzolare senza meta. Se invece ne hai poco… scegli una panchina, siediti e stai a guardare. Take it easy!

Con Ersilia ci siamo fin da subito trovati d’accordo nel condividere questo stile di viaggio. Certo, ora che siamo genitori, le cose sono un po’ cambiate. Magari non dormo più in parchi pubblici, in spiaggia o nelle stazioni ferroviarie ma non abbiamo rinunciato allo stile essenziale e avventuroso anche solo nelle vacanze estive. Non ci siamo lasciati tentare dagli alberghi family friendly della costiera romagnola… A bordo del nostro inossidabile T3 Westfalia abbiamo cominciato a girare l’Europa anche quando Giacomo aveva solo un anno. Ai campeggi pettinati all’italiana preferiamo aree naturali e sosta libera. Alle piazzole ben delimitiate preferiamo le zone selvatiche.

E comunque a dirla tutta, volente o nolente, neanche io riesco a sottrarmi a quella smania tutta occidentale, consumista e capitalista, di avere una meta da raggiungere. È parte della nostra cultura, è profondamente insito nel nostro modo di essere, di pensare. Siamo abituati ad avere obiettivi da raggiungere, a farlo in fretta, meglio se prima di altri… Altri che sono visti per lo più come rivali, come competitori anzichè come compagni di strada. Riconosco questa attitudine e la considero biasimevole ma non posso dire di esserne del tutto esente. È capitato anche a me, alle volte, arrancando lungo un sentiero di montagna coll’imperativo di arrivare in cima (o anche solo ad un rifugio).

È la brama di fare nostri i luoghi che visitiamo, di possederli, che ci frega. Vogliamo avere tutto, essere dappertutto, vedere tutto per poi postare le foto sui social per far vedere che siamo stati dappertutto.

Ci siamo cascati anche noi venendo a Nordkapp. Non pensavamo di fare tappa in Norvegia, troppo settentrionale e costosa per il nostro budget. Ma l’idea di raggiungere il punto più alto dell’Europa continentale ha cominciato a solleticarci. Il richiamo del Nord si è insinuato nei nostri pensieri.

E cosi eccoci qui. In una meta non prevista oltre cui non si può più proseguire. Con la consapevolezza di aver raggiunto un limite che è solo simbolico, appartiene al nostro immaginario. Un traguardo che una volta toccato rivela la sua effimera ma eccitante essenza.

Ed ora non ci rimane che invertire la rotta e mettere il muso di Joy in direzione Sud.

Nordkapp, 1 settembre 2022

Helsinki!

Ultima tappa della nostra visita in Finlandia: Helsinki!

Dopo aver trascorso alcuni meravigliosi giorni insieme a Felipe e Annarikka abbiamo lasciato Sammatti per visitare la capitale finlandese situata nella parte meridionale del Paese sulle rive del golfo di Finlandia.

Fondata nel 1550 per volere del re di Svezia Gustav Vasa con il nome di Helsingfors non è da sempre la capitale del Paese. Fu nel 1812, durante il dominio russo, che lo zar Alessandro I decise di spostare la capitale finlandese da Turku a Helsinki in quanto la relativa debolezza dell’influenza svedese sulla città, e la sua vicinanza a San Pietroburgo, avrebbero reso il controllo del governo locale più semplice.

Siamo arrivati in città sabato sera e dopo una tappa al supermercato e una cena a base di burritos abbiamo trovato un posto in cui pernottare. Parcheggiare è davvero costoso in questa città: le tariffe orarie variano da 2 a 4 €/ora a seconda della zona. Fortunatamente abbiamo trovato una zona con dei lavori in corso non lontana dal centro in cui poter dormire a costo zero.

Al nostro risveglio ci siamo diretti al Dallapènpuisto in cui, ogni domenica si svolge un mercatino delle pulci. Fin dalle prime ore del mattino i sentieri di questo parco cittadino si riempiono di venditori e acquirenti. Anche noi abbiamo allestito la nostra bancarella: per guadagnare qualcosa con cui sostenere le spese di viaggio ci siamo portati dietro alcuni articoli di artigianato prodotti da noi o acquistati nei nostri precedenti viaggi in giro per il mondo.

Non abbiamo fatto un grande incasso ma è stato bello incontrare persone di varie nazionalità che si ritrovano per vendere o acquistare qualsiasi genere di prodotto.

In modo particolare ci porteremo dietro il ricordo di Jaikub, un ragazzo proveniente dal Kurdistan, rifugiatosi in Finlandia per fuggire alla persecuzione del suo popolo da parte del governo turco. Il nostro vicino di bancarella ha condiviso con noi il suo pranzo e, al momento di lasciarci, ci ha donato un sacchetto pieno di dolci tipici del suo Paese. La sua generosità è stata disarmante e ci ha dato una grande lezione di umiltà.

Quando i potenziali acquirenti hanno cominciato a diminuire abbiamo smontato la nostra bancarella e abbiamo gironzolato per le vie del centro prima di rientrare su Joy per la cena.

Il giorno successivo abbiamo continuato la nostra visita dedicando la maggior parte del tempo ad un edificio in particolare: la biblioteca Oodi. Si tratta di un luogo straordinario sia dal punto di vista architettonico sia dal punto vista culturale.

La struttura in acciaio, legno e vetro ricorda lo scafo di una nave e si compone di tre livelli: al piano terra, oltre ad un ristorante e un cinema, sono presenti diversi tavoli in cui è possibile giocare, tra le altre cose, a scacchi, dama e go. Il primo piano è interamente dedicato alle arti con postazioni per il cucito, sale di incisione, stampanti tradizionali e 3d e, ovviamente postazioni multimediali. Sempre al secondo piano si trovano diverse salette, particolarmente apprezzate da Giacomo, in cui è possibile utilizzare console per videogame. Il terzo piano è sede di una raccolta di oltre 100.000 volumi. Abbiamo trovato anche libri (per adulti e bambini) in italiano! Oltre a libri, quotidiani e riviste in diverse lingue è possibile utilizzare e prendere in prestito innumerevoli giochi in scatola. Un’intera area di questo piano è dedicata ai bambini e alle famiglie con tappeti, spazi in cui giocare e salette per attività motorie e artistiche. Di fronte alla caffeteria si accede ad un ampia terrazza che, abbiamo scoperto, è allo stesso livello dell’ingresso del palazzo dell’antistante parlamento. Gli architetti hanno voluto simboleggiare con questa scelta la pari importanza della cultura rispetto alla politica. Davvero tanta roba!

Un tuffo nel passato

Qualche giorno fa nel nostro trasferimento da Hailuoto in direzione sud Park4night ci ha portato a dormire nei dintorni di Evijarvi.

A pochi chilometri abbiamo scoperto l’esistenza di un interessante museo.

Vainontalo fu fondato da Vaino Tuomaala, un collezionista la cui passione per gli oggetti e le storie del passato cominciò già in tenera età. Dopo aver acquistato un terreno adiacente alla sua abitazione cominciò a raccogliervi i primi pezzi della sua collezione. Attualmente essa consiste in 20 edifici e circa 19.000 oggetti provenienti dall’area dell’Ostrobothnia.

Al nostro arrivo siamo stati accolti da Nina, che, dopo averci fatto uno “sconto famiglia”, ci ha guidati nella visita.

L’edificio principale, Alperintupa, fu prelevato da Veteli nel 1958 e ricostruito nell’attuale sito. è un bellissimo esempio dello stile architettonico della regione ed è formato da due piani: il primo risale alla fine del diciottesimo scolo mentre il secondo fu aggiunto verso il 1840.

L’interno è ricchissimo di oggetti e arredi che ci hanno riportato alla vita di una numerosa famiglia contadina del secolo scorso. La fedeltà della ricostruzione ci ha trasmesso l’atmosfera in cui si viveva all’epoca. Una vita semplice ma per nulla facile in cui bisognava ingegnarsi per affrontare i rigori dell’inverno e la carenza di risorse.

La cottura del pane di segale, ad esempio, avveniva solo due volte all’anno. Le ciambelle venivano poi appese alle travi del soffitto per essere conservate.

Alcuni oggetti hanno colpito la nostra attenzione…

Al piano superiore sono state allestite delle stanze tematiche. Ecco alcune:

Un aula scolastica

La stanza coi cimeli di guerra

La Stanza della musica

Tra tutti gli oggetti uno su tutti ci ha particolarmente incuriosito. Eccolo.

Indovina cos’è!

Riuscite ad indovinare di cosa si tratta? Scrivetecelo nei commenti!


Prima di congedarci Nina ci ha confidato che sua figlia vorrebbe venire a fare un’esperienza come ragazza au pair in Italia e siamo stati ben lieti di lasciarle il nostro recapito. Magari potremmo anche ospitarla in uno dei progetti di casa pedagogica… Chiaccherando poi le abbiamo parlato del nostro progetto di ricerca, ne è stata entusiasta e si è subito prodigata per fissarci un incontro con il direttore della scuola primaria di Evijarvi! Trovate le foto qui oppure qui.

Rock art!

Venerdì 2 settembre dopo aver salutato Giampiero Monaca ci siamo diretti a sud con l’idea di raggiungere Lakselv alla fine del Porsangerfjord e da lì proseguire il giorno dopo per la Finlandia. Lungo la strada però, come spesso accade, abbiamo cambiato destinazione. Ci siamo lasciati tentare dal cartello che indicava la direzione per Alta, meta suggeritaci qualche giorno prima da Mario e Lea, la coppia di ragazzi tedeschi conosciuti quache giorno prima e che proprio mentre ci dirigevamo a Nordkapp abbiamo rivisto lungo la strada.

La cosa che ci ha stuzzicato maggiormente è stata l’idea di recarci all’Alta Museum situato sulla baia di Hjemmeluft.

Hiemmeluft è il nome norvegese della zona che un tempo i Sami (termine da preferire al più usato Lapponi) chiamavano Jiepmaluokta (jiepma = foca e luokta = baia) ma ormai di foche nella baia non se ne vedono più…

Ciò che ha reso famoso questo luogo, al punto da meritarsi l’iscrizione al patrimonio dell’Unesco nel 1985, è stata la scoperta tra gli anni ’60 e ’70 di alcune incisioni rupestri.

Ad oggi sono state portate alla luce circa seimila figure risalenti ad un perido compreso tra settemila e duemila anni anni fa.

“L’arte rupestre di Alta, che include migliaia di incisioni e graffiti, è un’eccezionale testimonianza di vari aspetti della vita, della natura e delle attività delle popolazioni di cacciatori che hanno vissuto nel territorio artico nella preistoria. Le grandi variazioni di motivi e scene rappresentate hanno un alto valore artistico e rappresentano una lunga tradizione di interazioni tra le popolazioni di cacciatori e il territorio. Le incisioni rappresentano anche lo sviluppo dei simboli esistenti e dei riti praticati intorno al 5000 a.C. fino all’anno 0” (fonte: unesco.org)

Le numerose figure rupestri sono incise su rocce situate in una zona costiera. A seguito dell’innalzamento delle terre avvenuto al termine dell’ultimo periodo glaciale (la cosiddetta glaciazione Würm, terminata all’incirca tra il 16.000 e il 14.000 a.C.) le incisioni più antiche risultano situate nella parte superiore del sito mentre le più recenti si trovano più vicine al mare.

Quando le rocce furono incise, infatti, la roccia si trovava a livello del mare. Oggi sono visibili a differenti altezze tra gli 8 e i 25 metri s.l.m. Durante il periodo glaciale la maggior parte della Scandinavia era ricoperta, e spinta verso il basso, da un enorme strato di ghiaccio spesso fino a tremila metri di altezza. Quando, al termine dell’era glaciale, il ghiaccio ha lentamente inziato a sciogliersi, la terra ha iniziato ad innalzarsi prima più velocemente e poi più lentamente, al diminuire della pressione.

Percorrere i 3 chiometri di passerella che costeggia i vari massi incisi è stato un vero tuffo nel passato sia dal punto di vista geologico che antropologico. O meglio, è stato come prendere la macchina del tempo partendo dalle incisioni più antiche (pitturate di rosso secondo l’uso in voga ai tempi della loro scoperta) a quelle più recenti, volutamente lasciate nella loro condizione originale.

Una guida cartacea e un’ottima audioguida (disponibile anche in italiano) hanno reso la fruizione della visita ancora più interessante ed arrichente sia per noi che per i bambini.

Oltre al fascino di un’espressione artisitica risalente ad un passato così lontano ci ha permesso di conoscere e riflettere su tanti argomenti:

  • Geologia – glaciazioni, movimenti della crosta terrestre, formazione e composizione delle rocce
  • Storia – linea del tempo, evoluzione dei viventi, contatti tra popolazioni in epoche lontane, convenzioni nella misurazione del tempo (a.C. / d.C.), usanze della vita quotidiana, tradizioni e necessità e modalità diverse di comunicare (da quella grafica a quella linguistica orale e scritta).
  • Zoologia – diffusione di alcune specie di animali e loro caratteristiche, estinzioni per diverse cause.
  • Filosofia – concezione di spiritualità, sciamanesimo, cosmogonia, connessione profonda con la natura e le sue forze (animali totemici).

A conclusione del percorso all’aperto, una mostra permanente allestita nei locali del museo ha arricchito la visita grazie a panneli informativi, teche con reperti, filmati e alcune esperienze multimediali che i nostri due nativi digitali hanno particolarmente apprezzato.

Un’ultima curiosità: il locale seminterrato che ospita i bagni e gli armadietti guardaroba è anche un rifugio anti-bomba. A partire dal 1953, in piena guerra fredda, una legge norvegese prevedeva che ogni edificio pubblico con una superficie superiore ai 150 mq dovesse opsitare un bunker. Il museo di Alta, inaugurato nel 1991, occupa una superficie di 2500 mq e il suo rifugio sotterraneo potrebbe offrire riparo in caso di bombardamento e radiazioni ma, come evidenziato sulle sue porte, il personale si augura che non debba mai essere usato per lo scopo per cui è stato creato bensì “come parte di un esibizione museale sul passato primitivo dell’umanità quando l’uomo ha fatto la guerra contro l’uomo”.

Insomma, una deviazione dell’ultimo minuto si è rivelata un’ottima occasione di apprendimento per tutta la famiglia. L’interesse che questa esperienza ha suscitato in Giacomo e Anita si sta manifestando anche nei loro giochi: proprio nel momento in cui scrivo stanno impersonando due primitivi che cercano legna e vanno a caccia per nutrire la tribù.

Ancora una volta il viaggio ci ha insegnato qualcosa del nostro passato di specie umana in cammino.

Un ringraziamento va a Roberta che, con una donazione fattaci qualche giorno fa, ci ha permesso di sostenere il costo (non proprio economico) dell’ingresso al museo. Grazie di cuore!

Finalmente Finlandia

Inari. Lapponia. Poco più 300 chilometri a nord di Rovaniemi e poco meno di 400 chilometri a sud di Capo nord.

Siamo in Finlandia da poco meno di una settimana e questa terra ci ha già conquistati.

Dopo la traversata di circa 3 ore sul traghetto che ci ha portati da Tallin a Helsinki ci siamo diretti subito a Vantaa. Qui abbiamo incontrato Carl, un simpatico teatroterapeuta che avevamo contattato qualche giorno prima, che si è reso disponibile ad ospitarci. Abbiamo trascorso una piacevole serata in compagnia sua e di Cedric, un volontario tedesco che sta girando il nord Europa in sella alla sua moto. Oltre ad aprirci le porte di casa sua Carl si è reso disponibile a custodire le nostre biciclette finchè non torneremo a sud dopo aver visitato la Lapponia.

La nostra Joy e il Fiat Talento di Carl

Già, perche dopo poche centinaia di chilometri dalla nostra partenza il portabici di Joy putroppo ha cominciato a dare segni di cedimento: uno dei due sostegni a cui è agganciato si è parziamente staccato col rischio di cedere. Non appena è stato possibile, mentre eravamo in sosta nel terreno di Martin e Katarina a Dolni Vestonice, Repubblica Ceca, l’ho smontato e riparato alla meglio mettendo nuove viti più grandi e incollando il supporto alla carrozzeria. Per non correre il rischio di perderle per strada abbiamo comunque deciso di spedire a casa almeno una bicicletta, quella di Ersilia, e tenere la mia, dotata di seggiolino per Anita, e quella di Giacomo. E qui è iniziata un’odissea… Grazie all’aiuto di Martin abbiamo contattato il servizio clienti di Gls, chiesto un preventivo, e abbiamo procurato cartoni, scotch e tutto quanto potesse servirci per impacchetare la bici. Siamo arrivati davanti alla sede di Gls di Brno durante la pausa pranzo e, in attesa che riaprisse, abbiamo iniziato a smontare la bici. Poco dopo è comparso un dipendente che vedendoci al lavoro ci ha chiesto se fossimo intenzionati a spedire la bici. Alla nostra risposta affermativa ci ha informato, in un inglese stentato, che non sarebbe stato possibile! A nulla è servito l’intervento telefonico del nostro amico a fare da interprete e successivamente a cercare altre compagnie disponibili. A quanto pare da poco più di un anno a questa parte nessun corriere offre più il servizio di spedizione delle biciclette. Non abbiamo ancora capito perchè e, al momento, abbiamo rinunciato a capirlo. Abbiamo acquistato delle cinghie con cui assicurare il portabici alle barre fissate al tetto di Joy e incrociando le dita di mani e piedi ci siamo rimessi in viaggio.

Ad oggi, dopo diversi giorni e molti chilometri, il portabici sembra tenere ma visto che Carl si è reso disponibile gliele abbiamo dunque lasciate per qualche giorno. E a quel punto, più leggeri e senza timori, ci siamo lanciati (alla velocità folle di 80 km/h!) verso Rovaniemi.

Dopo la tappa obbligata al villaggio di Babbo Natale, dopo la carrambata e il pranzo con Alessandro (un mio compagno delle magistrali che si trovava qui in vacanza con la famiglia), dopo la sosta a Sodankyla con visita al meraviglioso museo del patrimonio culturale locale, dopo gli incontri con le numerose renne che popolano questi boschi, siamo arrivati qui…

Renne on the road

Inari. Lapponia. Poco più 300 chilometri a nord di Rovaniemi e poco meno di 400 chilometri a sud di Capo nord.

Siamo entrati nell’ufficio turistico mentre fuori nuvole grigie, pioggia battente e arcobaleno si contendevano un posto nel cielo turchino. Una gentilissima impiegata ci ha fornito informazioni sui sentieri della zona e ha risposto pazientemente a tutte le mie domande anche quando ho cercato aiuto per risolvere i problemi di connessione della mia sim finlandese appena acquistata.

Ci siamo dunque diretti verso la zona indicataci galvanizzati dal fatto che anche Park4night segnalava nei paraggi la presenza di una area di sosta in natura.

Area di sosta in mezzo ad un meraviglioso bosco di abeti

Che scelta azzeccata! Siamo qui da due giorni e a poco più di 500 metri da dove abbiamo parcheggiato scorre impetuoso lo Juutuanjoki. Le due sponde del fiume sono collegate da un ponte sospeso che, seppur solido, traballa ad ogni passo. Anita si è divertita un sacco a percorrerlo più e più volte e a sdraiarsi osservando le rapide del fiume.

Nella sponda opposta a quella da cui siamo arrivati c’è una laavu, termine che in finlandese indica una tettoia, una capanna aperta, con al centro un braciere per il fuoco. Accanto alla laavu c’è un altro edificio più grande, anch’esso ovviamente in legno di abete, che ospita due locali: una compost toilet (più grande del bagno di casa nostra) e un deposito stracolmo di sacchi di legna da ardere pronti all’uso.

A questo punto chi ci conosce può immaginare cosa sia successo… Da due giorni ci siamo praticamente trasferiti qui. Per noi si avvicina molto all’idea di paradiso terrestre: chilometri di sentieri, un sottobosco generoso di mirtilli e funghi, un torrente in cui Giacomo si sta cimentando nella pesca, un’intera foresta da eplorare, il braciere per accendere il fuoco con cui scaldarci e cucinare… Cosa desiderare di più?

Nelle ore trascorse intorno al fuoco abbiamo avuto modo di leggere, scrivere, chiaccherare, giocare e fare la conoscenza con diverse persone con cui abbiamo intavolato interessanti conversazioni.

La prima sera abbiamo conosciuto Mario e Lea, una giovane coppia di viaggiatori tedeschi in giro da due mesi. Ci stanno prendendo gusto e chissà che non decidano di prolungare il loro viaggio.

Oggi è stata la volta di Mario (ancora!) e Bregje, due signori olandesi innamorati, oltre che uno dell’altra, della Finlandia. Ci hanno consigliato di visitare la Finlandia sud-orientale in cui da qualche anno prendono in affito una casa. Ci hanno anche detto che se passeremo dall’Olanda ci ospiteranno a casa loro.

E, infine, è stato il turno di Leila, finlandese, proveniente dal sud che si trova qui temporaneamente per lavorare come interprete in un incontro tra rappresentanti norvegesi e finlandesi che dovranno discutere del diritto di pesca in un fiume che percorre il confine tra i due stati. Anche lei ci ha detto che se decidessimo di passare dalle sue parti sarebbe lieta di accoglierci nel suo cottage in riva al lago.

Che dire, begli incontri in un luogo incantevole. Roba da rimanere qui per sempre. O almeno un’altra settimana. Ed invece domani si riparte mettendo il muso di Joy di nuovo verso nord…