Sbagliando si impara

Ho iniziato a fare il maestro quasi quindici anni fa. Dopo aver lavorato per anni come educatore, insegnante di teatro e ludotecario mi sono ritrovato ad accettare la proposta di un amico preside per fare alcune supplenze. Mi sono approcciato all’insegnamento con curiosità e voglia di imparare. Due anni dopo mi è arrivata una proposta di assunzione in una scuola paritaria. Ancora oggi sono grato al direttore di quell’istituto per la fiducia che mi ha accordato permettendomi di sperimentare moltissimo e di mettere in pratica metodologie e teorie apprese sui libri o nei corsi di aggiornamento.

È stato a partire da questa esperienza, finalmente stabile e quotidiana, che qualcosa dentro me si è incrinato.
Ho cominciato a pormi domande sul mio ruolo, sulle dinamiche di potere insite nella relazione maestro/alunno, sulla retorica di domande illegittime rivolte con fare inquisitorio a bambini impauriti da chi già conosce la risposta.
Ho capito che qualcosa non andava.
Il punto di partenza è stato vedere come la creatività, la curiosità, la giocosità e il piacere per l’apprendimento dei miei alunni e delle mie alunne andassero scemando pochi mesi dopo il loro ingresso a scuola. Ciò che ho contribuito ad insegnargli è che imparare è una fatica oltre che un dovere. Ho tolto loro tempo e spazio che avrebbero potuto dedicare al gioco spontaneo. Ho fatto tanti errori sulla pelle dei bambini e delle bambine che ho incontrato in quasi quindici anni di insegnamento. In qualche modo sento di aver mancato di rispetto a loro e a me stesso.


Ne ho ricavato a distanza di tempo una nuova consapevolezza.

E la nascita del nostro primo figlio ha accelerato il cambiamento che già era in corso indirizzandomi verso una scelta per nulla facile, complessa, radicale.

Continua…

Verso Nord

[Della contraddizione tra il viaggiare senza meta e la brama, moderna e capitalista, di possederla.]

Siamo partiti ormai oltre due mesi fa senza avere una meta precisa.

Pensare questo viaggio è stata una necessità, un salvagente per la mente e lo spirito dopo lunghi, faticosi mesi di restrizioni.

Ci siamo dati una cornice, uno sfondo: conoscere famiglie e gruppi che come noi hanno scelto l’unschooling e poter raccogliere le loro storie sperando di farne un documentario. Tutto qui.

Non abbiamo pianificato granchè. A chi ci chiedeva quale sarebbe stata la nostra prima tappa rispondevamo ironicamente: Lecco! Solo pochi giorni prima di partire abbiamo pensato di fare sosta a Grumes (TN) che per noi è un luogo speciale, abitato da due amici speciali.

Anche in passato in tutti i viaggi che ho fatto non ho mai programmato niente con largo anticipo. Niente agenzie, niente alberghi, niente tour organizzati, niente pacchetti, niente braccialetti all-inclusive. Forte del mio bagaglio da teatrante ho sempre lasciato ampio spazio all’improvvisazione.

Viaggiare, per me, è aprirsi al mondo. Lasciare che le cose accadano. È con questo atteggiamento che mi sono sempre messo sulla strada. A piedi, in treno, su sgangherati tuk-tuk in Asia o chiassosi e sovraffolati taxi-brousse nell’Africa subsahariana. Può risultare più scomodo, faticoso, lento… ma ne sono sempre stato ripagato. Gli incontri si verificano e ti arricchiscono se sei disponibile a vivere allo stesso ritmo e nelle stesse condizioni delle persone dei luoghi che visiti. Ci sono alcune buone abitudini che pratico durante i miei viaggi e che consiglio a chiunque voglia togliersi gli abiti comodi del semplice turista:

  • Rinuncia alla pizza, ai ristoranti italiani e, ovviamente, a Mc Donald. Assaggia la cucina locale!
  • Impara la lingua! Anche solo qualche semplice frase per salutare, ringraziare sarà molto apprezzata e faciliterà la socializzazione.
  • Se riesci fatti ospitare a casa di qualcuno. Non devi per forza importunare la gente al bar o sui mezzi: esisotono tanti network e portali per farlo. Entrare nelle case permette di conoscere da vicino usi e costumi e spogliarsi dei propri stereotipi. Togliti le scarpe!
  • La fretta del mordi e fuggi non aiuta. Volere visitare tutti i musei, tutte le chiese, fotografare tutti i monumenti non è l’atteggiamento migliore per esplorare un luogo. Se hai tanto tempo a disposizione pemettiti di gironzolare senza meta. Se invece ne hai poco… scegli una panchina, siediti e stai a guardare. Take it easy!

Con Ersilia ci siamo fin da subito trovati d’accordo nel condividere questo stile di viaggio. Certo, ora che siamo genitori, le cose sono un po’ cambiate. Magari non dormo più in parchi pubblici, in spiaggia o nelle stazioni ferroviarie ma non abbiamo rinunciato allo stile essenziale e avventuroso anche solo nelle vacanze estive. Non ci siamo lasciati tentare dagli alberghi family friendly della costiera romagnola… A bordo del nostro inossidabile T3 Westfalia abbiamo cominciato a girare l’Europa anche quando Giacomo aveva solo un anno. Ai campeggi pettinati all’italiana preferiamo aree naturali e sosta libera. Alle piazzole ben delimitiate preferiamo le zone selvatiche.

E comunque a dirla tutta, volente o nolente, neanche io riesco a sottrarmi a quella smania tutta occidentale, consumista e capitalista, di avere una meta da raggiungere. È parte della nostra cultura, è profondamente insito nel nostro modo di essere, di pensare. Siamo abituati ad avere obiettivi da raggiungere, a farlo in fretta, meglio se prima di altri… Altri che sono visti per lo più come rivali, come competitori anzichè come compagni di strada. Riconosco questa attitudine e la considero biasimevole ma non posso dire di esserne del tutto esente. È capitato anche a me, alle volte, arrancando lungo un sentiero di montagna coll’imperativo di arrivare in cima (o anche solo ad un rifugio).

È la brama di fare nostri i luoghi che visitiamo, di possederli, che ci frega. Vogliamo avere tutto, essere dappertutto, vedere tutto per poi postare le foto sui social per far vedere che siamo stati dappertutto.

Ci siamo cascati anche noi venendo a Nordkapp. Non pensavamo di fare tappa in Norvegia, troppo settentrionale e costosa per il nostro budget. Ma l’idea di raggiungere il punto più alto dell’Europa continentale ha cominciato a solleticarci. Il richiamo del Nord si è insinuato nei nostri pensieri.

E cosi eccoci qui. In una meta non prevista oltre cui non si può più proseguire. Con la consapevolezza di aver raggiunto un limite che è solo simbolico, appartiene al nostro immaginario. Un traguardo che una volta toccato rivela la sua effimera ma eccitante essenza.

Ed ora non ci rimane che invertire la rotta e mettere il muso di Joy in direzione Sud.

Nordkapp, 1 settembre 2022

Mi inchino

Ci sono luoghi che ti entrano nel cuore.
Sarà per il tempo che ci hai trascorso, per le sensazioni che hai provato.


Sarà perché ti sei sentita accolta nella tua umana fragilità.
Accolta da una natura potente, avvolgente, magica che sa donarsi con la sua bellezza e generosità dei frutti.
Accolta da persone che incontri più o meno fortuitamente, con le quali ti trovi a condividere l’umana ricerca di stare-nel-mondo, con la consapevolezza che è solo provando (ed errando…) che si può stare, in ascolto e connessi.

E allora quando, durante l’ultima passeggiata nel bosco, tua figlia di 5 anni incomincia a piangere dicendo che le mancheranno questi boschi incantanti; incomincia a salutare con una litania
“Ciao alberi belli,
Ciao muschio bello,
Ciao rocce belle,
Ciao renne belle,
Ciao puolukka belli”;
abbraccia e bacia gli alberi e ad un certo punto s’inginocchia a terra.
Mi sono venute in mente le dolci e intense parole di Chandra Livia Candiani (in “Il silenzio è cosa viva”):
“Inchinarsi è l’occasione per sostare su una soglia, un limite, un luogo di rischio dove si incontra la verità dell’altro senza interpretazione. Il luogo dell’altro è il forse.
Mi inchino per imparare a esitare, a sostare nel non sapere di te, lasciare che tu riveli chi sei.
Mi inchino per onorare la terra, riconoscerne il sostegno, offrirle la mia cura.”
In tutto questo, io non ho potuto che piangere sommessamente, vivendo lo stesso dispiacere ma anche un senso di gratitudine e bellezza per quanto i nostri  occhi e cuori hanno ricevuto!

Mi inchino all’umiltà di Anita,
mi inchino alla bellezza, alla generosità e  alla forza che la Terra ha nel sostenere il nostro procedere!

Helsinki!

Ultima tappa della nostra visita in Finlandia: Helsinki!

Dopo aver trascorso alcuni meravigliosi giorni insieme a Felipe e Annarikka abbiamo lasciato Sammatti per visitare la capitale finlandese situata nella parte meridionale del Paese sulle rive del golfo di Finlandia.

Fondata nel 1550 per volere del re di Svezia Gustav Vasa con il nome di Helsingfors non è da sempre la capitale del Paese. Fu nel 1812, durante il dominio russo, che lo zar Alessandro I decise di spostare la capitale finlandese da Turku a Helsinki in quanto la relativa debolezza dell’influenza svedese sulla città, e la sua vicinanza a San Pietroburgo, avrebbero reso il controllo del governo locale più semplice.

Siamo arrivati in città sabato sera e dopo una tappa al supermercato e una cena a base di burritos abbiamo trovato un posto in cui pernottare. Parcheggiare è davvero costoso in questa città: le tariffe orarie variano da 2 a 4 €/ora a seconda della zona. Fortunatamente abbiamo trovato una zona con dei lavori in corso non lontana dal centro in cui poter dormire a costo zero.

Al nostro risveglio ci siamo diretti al Dallapènpuisto in cui, ogni domenica si svolge un mercatino delle pulci. Fin dalle prime ore del mattino i sentieri di questo parco cittadino si riempiono di venditori e acquirenti. Anche noi abbiamo allestito la nostra bancarella: per guadagnare qualcosa con cui sostenere le spese di viaggio ci siamo portati dietro alcuni articoli di artigianato prodotti da noi o acquistati nei nostri precedenti viaggi in giro per il mondo.

Non abbiamo fatto un grande incasso ma è stato bello incontrare persone di varie nazionalità che si ritrovano per vendere o acquistare qualsiasi genere di prodotto.

In modo particolare ci porteremo dietro il ricordo di Jaikub, un ragazzo proveniente dal Kurdistan, rifugiatosi in Finlandia per fuggire alla persecuzione del suo popolo da parte del governo turco. Il nostro vicino di bancarella ha condiviso con noi il suo pranzo e, al momento di lasciarci, ci ha donato un sacchetto pieno di dolci tipici del suo Paese. La sua generosità è stata disarmante e ci ha dato una grande lezione di umiltà.

Quando i potenziali acquirenti hanno cominciato a diminuire abbiamo smontato la nostra bancarella e abbiamo gironzolato per le vie del centro prima di rientrare su Joy per la cena.

Il giorno successivo abbiamo continuato la nostra visita dedicando la maggior parte del tempo ad un edificio in particolare: la biblioteca Oodi. Si tratta di un luogo straordinario sia dal punto di vista architettonico sia dal punto vista culturale.

La struttura in acciaio, legno e vetro ricorda lo scafo di una nave e si compone di tre livelli: al piano terra, oltre ad un ristorante e un cinema, sono presenti diversi tavoli in cui è possibile giocare, tra le altre cose, a scacchi, dama e go. Il primo piano è interamente dedicato alle arti con postazioni per il cucito, sale di incisione, stampanti tradizionali e 3d e, ovviamente postazioni multimediali. Sempre al secondo piano si trovano diverse salette, particolarmente apprezzate da Giacomo, in cui è possibile utilizzare console per videogame. Il terzo piano è sede di una raccolta di oltre 100.000 volumi. Abbiamo trovato anche libri (per adulti e bambini) in italiano! Oltre a libri, quotidiani e riviste in diverse lingue è possibile utilizzare e prendere in prestito innumerevoli giochi in scatola. Un’intera area di questo piano è dedicata ai bambini e alle famiglie con tappeti, spazi in cui giocare e salette per attività motorie e artistiche. Di fronte alla caffeteria si accede ad un ampia terrazza che, abbiamo scoperto, è allo stesso livello dell’ingresso del palazzo dell’antistante parlamento. Gli architetti hanno voluto simboleggiare con questa scelta la pari importanza della cultura rispetto alla politica. Davvero tanta roba!

Il mondo è la mia casa

Incontrare persone che abitano in luoghi isolati, immersi in una natura intensa e predominante, fa riflettere su possibilità altre di vivere, stare e relazionarsi con il mondo e gli altri… aprendo prospettive affascinanti.

Nel nostro peregrinare, aperti a incontri che nascono da altri incontri, abbiamo conosciuto e trascorso del tempo con una famiglia italiana trasferitasi in Scandinavia tre anni fa, prima in Svezia e poi in Finlandia.

L’incontro con Cristina, Cristian e i loro quattro figli è stato un po’ “un tornare a casa”: è stato un ritrovare un sostrato culturale sociale vicino e familiare. Anche per Giacomo e Anita è stata l’occasione per incontrare bambini e bambine con cui parlare (e giocare!) in italiano. È stato interessante sentire raccontare la Finlandia attraverso i loro occhi e la loro esperienza, confrontandola con la nostra percezione. Ci hanno aiutato a decodificare alcuni aspetti della cultura Finlandese e hanno condiviso la loro esperienza e ricerca di vita.

Abbiamo visitato in più momenti l’ecovillaggio Katajamäki (collina dei ginepri) parlando con le persone che ci abitano stanzialmente o per lunghi periodi.

Valtteri è uno di questi.

Ci ha mostrato alcuni spazi, tra cui la stanza dove dorme.

Istintivamente gli ho chiesto: “Questa è la tua stanza?”

Risponde: “Non è mia! È dove vivo.”

Poi esce e guardando verso il cielo, allargando le braccia mi dice: “Questa è la mia casa!”

Questa frase mi è risuonata subito percependo molto umile, vero e profondo il suo sentire.

Mi ha commosso e mi ha fatto molto ragionare sul mio presupposto culturale e linguistico!

Mi è subito tornato alla mente quello che ci raccontava qualche giorno prima Cristina: la lingua finlandese oltre a non avere i generi femminile e maschile, stabilisce una relazione molto diversa tra soggetto e oggetto. Non è il soggetto a possedere l’oggetto ma è l’oggetto che in un certo senso viene al soggetto, implicando un’ idea di transizione circolare per cui come arriva, può andare…

Mi fa molto riflettere su quanto la lingua con cui pensiamo (ancor prima di esprimerci) rifletta una visione della relazione che instauriamo come soggetti con altri soggetti e con le cose del mondo. L’idea del possesso ci pone in una relazione di dominio e predominanza, rispetto a tutto ciò che riceviamo come dono.

La terra che ci accoglie, sostiene e nutre è un dono!

Il cielo che ci circonda, orienta e avvolge è un dono!

Spesso penso di dover possedere qualcosa e invece è così bello porre l’attenzione su quanto si può usufruire e godere delle cose perché in qualche modo “arrivano a noi”.

In Finlandese abbiamo osservato e spesso goduto di strutture, risorse, servizi messi a disposizione in modo generoso, gratuito e con una fiducia implicita. Capita spesso di trovare, lungo i sentieri nei boschi, strutture di legno (lavuu) dove potersi riparare ed eventualmente dormire, con la postazione fuoco e griglia (non raramente munita di legna già spaccata o utensili per farla nel bosco vicino) e immancabile compost-toilette (con tanto di carta igienica). In alcune aree soste per viaggiatori si trova il servizio lavatrice-asciugatrice gratuito.

Ci siamo piacevolmente stupiti di questa disponibilità che, a mio parere, implicano un alto grado di fiducia nel fatto che le persone possano usufruirne in modo responsabile, autogovernandosi in base al bisogno. Mi sembra implicitamente un grande esercizio di consapevolezza e libertà, che stimola in chi riceve senso di gratitudine, responsabilità e desiderio di cura del mondo che ci ospita!

Quando si raccolgono le cipolle?

Tornando con la memoria ai giorni trascorsi ospiti da Adam e Anja in Polonia, in un piccolo paesino sopra Varsavia, ripenso ad una delle mansioni svolte nell’orto: raccogliere le cipolle.

Anita e Giacomo mi hanno aiutata con entusiasmo in questa attività.
Durante questa operazione semplice, banale e non pregna di particolare rivelanza ho preso coscienza di una cosa: stavo per mettere in pratica un informazione raccolta e memorizzata accidentalmente poco tempo prima, comprendendone il reale valore intrinseco.
All’inizio del nostro viaggio, durante la prima tappa a Grumes, con Gloria abbiamo scoperto che le cipolle si raccolgono quando lo stelo con le foglie è secco.
Probabilmente tanti di voi già lo sapevano, io l’ho scoperto poco prima di compiere 40 anni.
Ma non è tanto questa lacuna a fare scalpore, nonostante io sia contenta di aver scoperto quando si raccolgono le cipolle. Il detto “meglio tardi che mai” mi viene in soccorso!
Più di questo ho riflettuto sulla conoscenza che Anita e Giacomo stanno acquisendo, memorizzando e trattenendo nel loro bagaglio di vita.
Mi chiedo quanto possa essere importante acquisire questo panorama di conoscenze rispetto alla natura che ci sfama, legate all’ autosostentamento.
Credo che sia un sapere pratico e concreto prezioso come altri (tipo quello di cucire, lavorare la maglia ai ferri o uncinetto) che ci riporta ai reali bisogni che abbiamo, al fare manuale e alla soddisfazione -con una dose di fatica- che dà!

Questo episodio, come altri simili, mi suscita svariate domande rispetto ai saperi importanti della vita, riportandomi alla distinzione e categorizzazione tra saperi alti, intellettuali e saperi concreti e manuali non per questo meno nobili.
Penso ai miei saperi e li paragono a quelli dei miei figli che già mi sembrano più radicati nella vita.

Pietrangeli, nella canzone Contessa, ci ricorda che “anche l’operaio vuole il figlio dottore”.
Ha ragione. Anche io mi auguro che i miei figli siano, se non dottori, sicuramente “dotti” perché “saper pensare” e la cultura hanno un valore inestimabile ma altrettanto mi auguro che possano avere una buona dose di “saper fare”.

Un tuffo nel passato

Qualche giorno fa nel nostro trasferimento da Hailuoto in direzione sud Park4night ci ha portato a dormire nei dintorni di Evijarvi.

A pochi chilometri abbiamo scoperto l’esistenza di un interessante museo.

Vainontalo fu fondato da Vaino Tuomaala, un collezionista la cui passione per gli oggetti e le storie del passato cominciò già in tenera età. Dopo aver acquistato un terreno adiacente alla sua abitazione cominciò a raccogliervi i primi pezzi della sua collezione. Attualmente essa consiste in 20 edifici e circa 19.000 oggetti provenienti dall’area dell’Ostrobothnia.

Al nostro arrivo siamo stati accolti da Nina, che, dopo averci fatto uno “sconto famiglia”, ci ha guidati nella visita.

L’edificio principale, Alperintupa, fu prelevato da Veteli nel 1958 e ricostruito nell’attuale sito. è un bellissimo esempio dello stile architettonico della regione ed è formato da due piani: il primo risale alla fine del diciottesimo scolo mentre il secondo fu aggiunto verso il 1840.

L’interno è ricchissimo di oggetti e arredi che ci hanno riportato alla vita di una numerosa famiglia contadina del secolo scorso. La fedeltà della ricostruzione ci ha trasmesso l’atmosfera in cui si viveva all’epoca. Una vita semplice ma per nulla facile in cui bisognava ingegnarsi per affrontare i rigori dell’inverno e la carenza di risorse.

La cottura del pane di segale, ad esempio, avveniva solo due volte all’anno. Le ciambelle venivano poi appese alle travi del soffitto per essere conservate.

Alcuni oggetti hanno colpito la nostra attenzione…

Al piano superiore sono state allestite delle stanze tematiche. Ecco alcune:

Un aula scolastica

La stanza coi cimeli di guerra

La Stanza della musica

Tra tutti gli oggetti uno su tutti ci ha particolarmente incuriosito. Eccolo.

Indovina cos’è!

Riuscite ad indovinare di cosa si tratta? Scrivetecelo nei commenti!


Prima di congedarci Nina ci ha confidato che sua figlia vorrebbe venire a fare un’esperienza come ragazza au pair in Italia e siamo stati ben lieti di lasciarle il nostro recapito. Magari potremmo anche ospitarla in uno dei progetti di casa pedagogica… Chiaccherando poi le abbiamo parlato del nostro progetto di ricerca, ne è stata entusiasta e si è subito prodigata per fissarci un incontro con il direttore della scuola primaria di Evijarvi! Trovate le foto qui oppure qui.

Seminatori di stelle

La nostra amica Cristina, partecipante del progetto Samara, ci ha donato prima di partire delle stelle colorate fatte con la tecnica origami.


Erano accompagnate da questa dolce dedica:
“Siamo polvere di stelle, ecco perché affidiamo i nostri sogni a loro.
Poi diveniamo nucleo splendente che ci permette di brillare lasciando una traccia dietro di noi.
Nel nostro andare, nuove stelle prendono vita ad ogni tappa del nostro incedere.
Unendole il disegno sarà chiaro in questo vasto cielo stellato.”

La prima l’abbiamo appesa al cruscotto di Joy e ci segna la direzione da prendere…


Le altre abbiamo deciso di condividerle e donarle alle persone che incontreremo lungo la strada.
Le doniamo in segno di buon auspicio per i desideri di gioia che ognuno potrà esprimere!
Infatti le stelle hanno una stretta relazione con i desideri: etimologicamente “desiderio” significa “senza sirio”. Sirio era la stella di riferimento per gli uomini di mare e terra per orientarsi, per sapere quale direzione intraprendere…
Proprio come le stelle, i desideri danno direzione al nostro procedere.
Desiderare è l’inizio di un progetto, un sogno…

Sarà bello alla fine del nostro viaggio poter tracciare una mappa delle stelle regalate e seminate…

Uno speciale ringraziamento va a Cristina perché il suo dono unisce il nostro sogno a quelli altrui!


Queste sono le stelle che finora abbiamo donato:

Grumes – Trentino-Alto Adige: Gloria e Marcello
Brloh – Czech Republic: Christina and Jiri
Opinogora Gorna – Poland: Adam and Anja
NordKapp – Norway: Giampiero e Libero+Musa
Oulu – Finland: Kristiina and her son, Rafael

Rock art!

Venerdì 2 settembre dopo aver salutato Giampiero Monaca ci siamo diretti a sud con l’idea di raggiungere Lakselv alla fine del Porsangerfjord e da lì proseguire il giorno dopo per la Finlandia. Lungo la strada però, come spesso accade, abbiamo cambiato destinazione. Ci siamo lasciati tentare dal cartello che indicava la direzione per Alta, meta suggeritaci qualche giorno prima da Mario e Lea, la coppia di ragazzi tedeschi conosciuti quache giorno prima e che proprio mentre ci dirigevamo a Nordkapp abbiamo rivisto lungo la strada.

La cosa che ci ha stuzzicato maggiormente è stata l’idea di recarci all’Alta Museum situato sulla baia di Hjemmeluft.

Hiemmeluft è il nome norvegese della zona che un tempo i Sami (termine da preferire al più usato Lapponi) chiamavano Jiepmaluokta (jiepma = foca e luokta = baia) ma ormai di foche nella baia non se ne vedono più…

Ciò che ha reso famoso questo luogo, al punto da meritarsi l’iscrizione al patrimonio dell’Unesco nel 1985, è stata la scoperta tra gli anni ’60 e ’70 di alcune incisioni rupestri.

Ad oggi sono state portate alla luce circa seimila figure risalenti ad un perido compreso tra settemila e duemila anni anni fa.

“L’arte rupestre di Alta, che include migliaia di incisioni e graffiti, è un’eccezionale testimonianza di vari aspetti della vita, della natura e delle attività delle popolazioni di cacciatori che hanno vissuto nel territorio artico nella preistoria. Le grandi variazioni di motivi e scene rappresentate hanno un alto valore artistico e rappresentano una lunga tradizione di interazioni tra le popolazioni di cacciatori e il territorio. Le incisioni rappresentano anche lo sviluppo dei simboli esistenti e dei riti praticati intorno al 5000 a.C. fino all’anno 0” (fonte: unesco.org)

Le numerose figure rupestri sono incise su rocce situate in una zona costiera. A seguito dell’innalzamento delle terre avvenuto al termine dell’ultimo periodo glaciale (la cosiddetta glaciazione Würm, terminata all’incirca tra il 16.000 e il 14.000 a.C.) le incisioni più antiche risultano situate nella parte superiore del sito mentre le più recenti si trovano più vicine al mare.

Quando le rocce furono incise, infatti, la roccia si trovava a livello del mare. Oggi sono visibili a differenti altezze tra gli 8 e i 25 metri s.l.m. Durante il periodo glaciale la maggior parte della Scandinavia era ricoperta, e spinta verso il basso, da un enorme strato di ghiaccio spesso fino a tremila metri di altezza. Quando, al termine dell’era glaciale, il ghiaccio ha lentamente inziato a sciogliersi, la terra ha iniziato ad innalzarsi prima più velocemente e poi più lentamente, al diminuire della pressione.

Percorrere i 3 chiometri di passerella che costeggia i vari massi incisi è stato un vero tuffo nel passato sia dal punto di vista geologico che antropologico. O meglio, è stato come prendere la macchina del tempo partendo dalle incisioni più antiche (pitturate di rosso secondo l’uso in voga ai tempi della loro scoperta) a quelle più recenti, volutamente lasciate nella loro condizione originale.

Una guida cartacea e un’ottima audioguida (disponibile anche in italiano) hanno reso la fruizione della visita ancora più interessante ed arrichente sia per noi che per i bambini.

Oltre al fascino di un’espressione artisitica risalente ad un passato così lontano ci ha permesso di conoscere e riflettere su tanti argomenti:

  • Geologia – glaciazioni, movimenti della crosta terrestre, formazione e composizione delle rocce
  • Storia – linea del tempo, evoluzione dei viventi, contatti tra popolazioni in epoche lontane, convenzioni nella misurazione del tempo (a.C. / d.C.), usanze della vita quotidiana, tradizioni e necessità e modalità diverse di comunicare (da quella grafica a quella linguistica orale e scritta).
  • Zoologia – diffusione di alcune specie di animali e loro caratteristiche, estinzioni per diverse cause.
  • Filosofia – concezione di spiritualità, sciamanesimo, cosmogonia, connessione profonda con la natura e le sue forze (animali totemici).

A conclusione del percorso all’aperto, una mostra permanente allestita nei locali del museo ha arricchito la visita grazie a panneli informativi, teche con reperti, filmati e alcune esperienze multimediali che i nostri due nativi digitali hanno particolarmente apprezzato.

Un’ultima curiosità: il locale seminterrato che ospita i bagni e gli armadietti guardaroba è anche un rifugio anti-bomba. A partire dal 1953, in piena guerra fredda, una legge norvegese prevedeva che ogni edificio pubblico con una superficie superiore ai 150 mq dovesse opsitare un bunker. Il museo di Alta, inaugurato nel 1991, occupa una superficie di 2500 mq e il suo rifugio sotterraneo potrebbe offrire riparo in caso di bombardamento e radiazioni ma, come evidenziato sulle sue porte, il personale si augura che non debba mai essere usato per lo scopo per cui è stato creato bensì “come parte di un esibizione museale sul passato primitivo dell’umanità quando l’uomo ha fatto la guerra contro l’uomo”.

Insomma, una deviazione dell’ultimo minuto si è rivelata un’ottima occasione di apprendimento per tutta la famiglia. L’interesse che questa esperienza ha suscitato in Giacomo e Anita si sta manifestando anche nei loro giochi: proprio nel momento in cui scrivo stanno impersonando due primitivi che cercano legna e vanno a caccia per nutrire la tribù.

Ancora una volta il viaggio ci ha insegnato qualcosa del nostro passato di specie umana in cammino.

Un ringraziamento va a Roberta che, con una donazione fattaci qualche giorno fa, ci ha permesso di sostenere il costo (non proprio economico) dell’ingresso al museo. Grazie di cuore!