Incroci

Ci sono luoghi e momenti in cui la propria traiettoria di viaggio si incrocia e incontra con traiettorie altrui.

Nel corso di questi mesi abbiamo incontrato tante persone provenienti da luoghi diversi e che per diversi motivi si sono messe in viaggio.

Nel grande parcheggio sterrato vicino alla spiaggia “Las tres piedras” di Chipiona in Andalusia, a pochi passi dall’oceano, abbiamo fatto un piacevolissimo incontro con una famiglia francese.

Complice la loro simpaticissima bambina, Louleya di 3 anni, con cui abbiamo “attaccato bottone” per poi passare dei piacevoli momenti in un panorama di tranquillità e bellezza.

È stata una genuina compagnia fatta di semplici momenti: passeggiate sulla spiaggia alla ricerca di conchiglie e piccole creature marine da osservare, giochi con sabbia, acqua e argilla, disegni e ombre sulla sabbia, qualche pranzo condiviso e tante chiacchere…

Bello ritrovarsi a condividere percorsi di viaggio, aneddoti e racconti di luoghi e paesi sparsi per l’Europa ma anche percezioni e visioni del mondo e della scelta di mettersi in viaggio, alla ricerca di sogni, possibilità ma anche solo un’esperienza di vita arricchente per il cuore e la mente!

Sì perché Céline, Julien e Louleya sono in viaggio in Europa da 2 anni e ancora hanno davanti un tempo indefinito… Gli auguriamo di seguire i loro sogni, il vento e trovare tanta gioia!

Ci siamo ritrovati a condividere pensieri sullo stile genitoriale e più in generale sull’educazione. 

Céline è un’educatrice professionale che osserva e si interroga molto sul percorso di apprendimento di Louleya, incuriosita ad approfondire approcci divergenti/ diversi/alternativi.

Anche la nostra Joy ha trovato un attraente compagno, il loro Pumba un vecchio Mercedes con esperienza e fascino!

Dopo qualche giorno dalla nostra partenza ci siamo rincontrati a Tarifa dove abbiamo aperi-cenato, a base di un ottimo mojito preparato da Julien e un risotto (con accento sulla ó) alla zucca, in 7 su Joy!

Il giorno seguente ci siamo dovuti salutare perchè per noi è arrivato il momento di prendere la direzione verso casa altrimenti avremmo avuto piacere a condividere ancora del tempo insieme!

Con la speranza di rincontrarci da qualche altra parte del mondo ci siamo salutati con un tocco di scintillante colore, piccole palle di colore e stelline filanti, per cui ci è valsa la graziosa nomina di “Famille Fuochi d’artificio”! 

Altro incontro degno di nota, interessante ed arricchente, è stato quello di conoscere e confrontarsi con chi questa scelta l’ha fatta da tempo. 

Un’affabile e accogliente coppia originaria di Hamburg, che ormai da tanti anni trascorre l’inverno tra le coste portoghesi e quelle spagnole.

Viaggiatori da sempre, Uli e Marlies, macinano chilometri a bordo di un Phoenix-Man di nome Baloo che in confronto alla nostra Joy sembra un transatlantico.

Sono arrivati a questo mezzo dopo averne avuti diversi, tutti uno più bello e caratteristico dell’altro, che ci hanno mostrato orgogliosi in fotografie (stampate su carta!).

Uli ci ha anche fatto vedere i modellini in scala che ha personalmente costruito con tanta pazienza e passione.

In quanto viaggiatori veterani ci hanno un po’ adottato e coccolato a mo’ di benedizione per i prossimi viaggi.

Come nelle migliori barzellette la sera prima di partire abbiamo fatto un aperitivo di saluto internazionale: con rappresentanti di Francia, Germania, Inghilterra e Italia abbiamo brindato ai viaggi, agli incontri e alla bellezza del mondo. Salute!

Come fate con la scuola?

Questa è una delle domande più frequenti che riceviamo, a cui stiamo formulando una risposta a fronte di ormai sei mesi di viaggio.
Un po’ lo immaginavamo, e ora ne abbiamo la conferma, che viaggiare è occasione continua e costante di apprendimento, un po’ come essere costantemente  immersi in un “sussidiario”.
Si continua a inciampare in spunti per osservare, porsi domande, formulare ipotesi e scoprire…

La geografia si studia attraversandola fisicamente e osservando luoghi e mappe. Dopo un attimo di indecisione su dove mettere la cartina dell’Europa acquistata poco prima di partire, abbiamo deciso di attaccarla sul tavolo dove facciamo colazione, pranziamo e ceniamo. Averla costantemente sotto gli occhi permette di familiarizzare con nomi di stati, città, facendo diverse considerazioni su vicinanza, distanze e caratteristiche…
Le distanze hanno stimolato conteggi vari rispetto ai km percorsi o da percorrere.

La maggior parte delle città attraversate sono un’immersione nella storia, talvolta stratificata in tempi ed epoche diverse…
Siamo entrati in contatto diretto con molte epoche della storia europea.
Abbiamo fatto un viaggio un po’ a ritroso dato che una delle prime visite fatte è stato al campo di sterminio Auschwitz-Birkenau, dove la trattazione della Seconda Guerra Mondiale era inevitabile.
Siamo poi ripartiti dalla preistoria visitando il sito archeologico con le incisioni rupestri di Alta in Norvegia e nei Paesi Baschi abbiamo visitato una caverna con rappresentazioni di animali e scene di caccia.
A Vitoria-Gasteiz abbiamo visitato il museo archeologico attraversando le epoche della preistoria (pietra, bronzo e ferro), della storia fino all’impero Romano alla sua decadenza e all’inizio del Medioevo.
In Spagna stiamo trovando spesso siti archeologici di epoca romana.
Giacomo è molto affascinato e incuriosito dall’estensione territoriale del Sacro Romano Impero, più volte ha voluto vedere la cartina e ha chiesto i motivi della sua espansione, potenza e poi decadenza.


I luoghi sono una stratificazione affascinante, non sempre semplice da focalizzare, di eventi storici, incontri e scontri tra popolazioni e culture differenti che tra loro si sono influenzate.
Attraversare l’Europa permette di affrontare e parlare della storia dell’Uomo dalla sua nascita ai giorni nostri senza poterla scindere dalla storia, ancora più antica e non meno affascinante, della terra.
È un intreccio continuo e costante che dá modo di avvertire quanto il sapere sia strettamente connesso con le diverse discipline, da quelle più scientifiche a quelle più umano-sociologiche, che raccontano e spiegano il mondo.
Ad esempio di questo continuo richiamo tra discipline, abbiamo parlato di civiltà della Mesopotamia osservando un quadro di Anselm Kiefer, con diretto riferimento ai fiumi Tigri ed Eufrate.
È stato un ottimo pretesto per scoprire un pezzetto di storia extraeuropea imprescindibile.

In molti paesi che abbiamo attraversato siamo approdati alle biblioteche che, nonostante non padroneggiassimo la lingua, ci hanno dato un prezioso supporto per approfondire o reperire immagini esemplificative di argomenti su cui ci eravamo precedentemente interrogati…

Per quanto riguarda le lingue ne abbiamo incontrato una svariata gamma, in ogni stato visitato abbiamo cercato di imparare come si dice “buongiorno, grazie” e qualche parola di uso comune (spesso cibo!).
Ci siamo anche “scontrati” con il fluido utilizzo dell’inglese da parte di moltissime bambinə e adultə del nord Europa.
I nostri figli e noi in parte non godiamo dello stesso grado di conoscenza.
Dopo una iniziale resistenza, sentendo anche noi parlare spesso e volentieri in inglese, hanno incominciato a sviluppare curiosità e pian piano incominciano a familiarizzare con qualche parola e semplici frasi e a utilizzarle in modo pertinente.
Ogni tanto nei loro giochi introducono qualche parola o frase straniera.
Sicuramente per imparare le lingue ci vuole un po’ di intraprendenza, applicazione e tanta pratica ma ci auguriamo che questo viaggio possa creare in loro la curiosità e lo stimolo per altri modi di dire e raccontare il mondo!

(Giacomo proponeva una possibile soluzione dicendo che “Bisognerebbe parlare, oltre alla propria lingua, quella dei paesi vicini!”
Anita mi ha detto “quando torneremo parleremo tutte le lingue dei posti che abbiamo visitato”.)

Incontrare diverse e nuove lingue è stato indirettamente un modo anche per consolidare e apprendere maggiormente la propria lingua, acquisendone maggiori sfumature e vocaboli.

I diversi musei d’arte che abbiamo visitato, tra Parigi, Guernica e Bilbao, ci hanno offerto di scoprire il patrimonio del linguaggio espressivo dell’arte che inevitabilmente si intreccia con quello storico, sociale, culturale.

Dunque sul potenziale formativo del viaggio credo non ci siano troppi dubbi.
L’unica cosa che rende completamente differente il processo di apprendimento scolastico da quello informale è che non si sa preventivamente quale sarà la scansione degli argomenti e dei temi.
Non c’è un linea temporale consequenziale poiché l’apprendimento è nel fluire dell’incontro, della curiosità e delle domande con cui attraversiamo -entrando e uscendo, come fossero piscine in cui immergersi- i saperi!

Una passeggiata nella Storia

A Merida abbiamo fatto un tuffo nel passato di più di 2000 anni.
Ci siamo immersi nella Storia, nelle radici che ci hanno originato e ci costituiscono.
Nel mondo degli “antenati” (come dice Anita), dei quali il processo evolutivo ci appartiene poiché se oggi siamo ciò che siamo lo dobbiamo a chi realmente e simbolicamente la strada della vita l’ha compiuta prima di noi.

Fondata dai Romani nel 25 a.C., Merida è un patrimonio inestimabile di reperti archeologici di straordinaria bellezza!
Riportata alla luce nei primi anni del ‘900, dopo essere stata sepolta sotto 8 metri di terra e vegetazione.
È possibile visitare il teatro, l’anfiteatro, il circo , l’acquedotto e alcune case patrizie.

Incredibile ammirare le costruzioni imponenti e maestose, segno di una civiltà ricca di competenze tecniche e gusto estetico.
I Romani usavano già una sorta di “cemento”, ottenuto mischiando limo, ciottoli e sabbia di fiume, per unire tra loro grossi blocchi di granito.
Abili e ingegnosi costruttori sfruttarono la naturale pendenza del terreno per creare le gradinate dell’anfiteatro e del teatro.
La funzionalità dell’edificio assunse regalità e sfarzo grazie alle decorazioni di colonne in stile corinzio, statue e fregi in marmo finemente scolpite.
Nelle case patrizie ci hanno incantato i mosaici che impreziosivano i pavimenti interni e del patio.
Vere opere di pazienza e maestria!

Più volte ci siamo ritrovati a ripetere, nello stupore, quanto meravigliosi fossero queste opere di un’epoca tanto lontana.
Questo merito va attribuito anche alla natura, che coprendole con terra e vegetazione, le ha preservati per secoli.
Poter camminare sui ciottoli o lastroni di granito costruiti e percorsi per centinaia d’anni dagli antichi personalmente, oltre a stranirmi, mi suscita emozione.
Mi fa sentire parte del cammino dell’Uomo nella sua evoluzione storica e sociale.

Tanta bellezza della cultura romana, di cui Giacomo sembra particolarmente curioso e affascinato, si è accompagnata ad alcune considerazioni di carattere etico.
La prima è rispetto all’ambivalenza della presenza romana che è stata, comunque e a parte tutto, di dominio e affermazione di una civiltà su quelle autoctone già esistenti.
L’altra è rispetto alla funzionalità del luogo dell’anfiteatro: l’attività ludica, di intrattenimento e divertimento si basava su duelli tra gladiatori, che erano di per sé prigionieri di guerra o schiavi.
Se per gli spettatori era un divertimento, per chi combatteva un obbligo e una questione di vita o di morte!
Abbiamo ragionato con Giacomo su come il dominio e la supremazia sia sempre stata un elemento tristemente distintivo della specie umana.

Crediamo che il grande valore di conoscere e scoprire la Storia sia quello di poter riflettere su modalità di vivere, scelte, pregi e limiti culturali e sociali che le diverse culture hanno saputo immaginare e realizzare.

Il senso dell’arte

Poco prima di Natale abbiamo visitato il Museo di Arte Contemporanea Basca a Vitoria-Gasteiz.

Anita indicando un’opera (un tavolino in legno) chiede: “ma un tavolino è arte?”


Poi aggiunge: “Beh se lo è una ruota di bicicletta, può esserlo anche un tavolino!” riferendosi all’opera di Duchamp vista qualche settimana prima al Centre Pompidou a Parigi.

Oltre a porre una domanda legittima che apre la questione sulla leggibilità comunicativa dell’arte, mi fa pensare a come il linguaggio artistico possa essere esperito e appreso andando per mostre e musei, guardando e accogliendo il punto di vista altrui, interrogandosi sul messaggio che l’artista vuole comunicare e sensibilizzando il proprio intuito a mettersi in ascolto delle emozioni che un’opera suscita.
È un invito ad osservare, ascoltare e percepire colori e forme a livello sensoriale.

Proprio al Beauburg avevamo potuto vedere il passaggio tra arte figurativa e gli albori delle avanguardie del Novecento in cui le immagini incominciavano a perdere le loro fattezze riconoscibili. Picasso gioca con i diversi punti di vista sulla natura.
Un processo di smaterializzazione, come nei giochi di forme e colori di Kandinsky, fino a diventare completamente astratta e concettuale, a tratti provocatoria, per scuotere le coscienze come nella corrente dadaista dove si incomincia a perdere il limite tra ciò che è arte e ciò che non lo è!
Il percorso ci ha condotto a vedere come, dopo questo processo di scomparsa della figura, si torna ad un’immagine profondamente trasformata, tanto da diventare surreale e metafisica…
Un percorso di poco più di cento anni con una varietà espressiva ampissima, complessa e profondamente intrecciata con gli avvenimenti storici salienti del XX secolo.
Giacomo e Anita si sono fatti trasportare in questa narrazione umana ed espressiva, accogliendola come una storia fantasiosa, a tratti bizzarra che alimenta e trova riscontro anche nei loro disegni di questi giorni.
Disegni in cui Anita mette fantasia, colore, forme e come dice lei stessa “amore”.

E domani si va al Guggenheim di Bilbao!

Mi inchino

Ci sono luoghi che ti entrano nel cuore.
Sarà per il tempo che ci hai trascorso, per le sensazioni che hai provato.


Sarà perché ti sei sentita accolta nella tua umana fragilità.
Accolta da una natura potente, avvolgente, magica che sa donarsi con la sua bellezza e generosità dei frutti.
Accolta da persone che incontri più o meno fortuitamente, con le quali ti trovi a condividere l’umana ricerca di stare-nel-mondo, con la consapevolezza che è solo provando (ed errando…) che si può stare, in ascolto e connessi.

E allora quando, durante l’ultima passeggiata nel bosco, tua figlia di 5 anni incomincia a piangere dicendo che le mancheranno questi boschi incantanti; incomincia a salutare con una litania
“Ciao alberi belli,
Ciao muschio bello,
Ciao rocce belle,
Ciao renne belle,
Ciao puolukka belli”;
abbraccia e bacia gli alberi e ad un certo punto s’inginocchia a terra.
Mi sono venute in mente le dolci e intense parole di Chandra Livia Candiani (in “Il silenzio è cosa viva”):
“Inchinarsi è l’occasione per sostare su una soglia, un limite, un luogo di rischio dove si incontra la verità dell’altro senza interpretazione. Il luogo dell’altro è il forse.
Mi inchino per imparare a esitare, a sostare nel non sapere di te, lasciare che tu riveli chi sei.
Mi inchino per onorare la terra, riconoscerne il sostegno, offrirle la mia cura.”
In tutto questo, io non ho potuto che piangere sommessamente, vivendo lo stesso dispiacere ma anche un senso di gratitudine e bellezza per quanto i nostri  occhi e cuori hanno ricevuto!

Mi inchino all’umiltà di Anita,
mi inchino alla bellezza, alla generosità e  alla forza che la Terra ha nel sostenere il nostro procedere!

Il mondo è la mia casa

Incontrare persone che abitano in luoghi isolati, immersi in una natura intensa e predominante, fa riflettere su possibilità altre di vivere, stare e relazionarsi con il mondo e gli altri… aprendo prospettive affascinanti.

Nel nostro peregrinare, aperti a incontri che nascono da altri incontri, abbiamo conosciuto e trascorso del tempo con una famiglia italiana trasferitasi in Scandinavia tre anni fa, prima in Svezia e poi in Finlandia.

L’incontro con Cristina, Cristian e i loro quattro figli è stato un po’ “un tornare a casa”: è stato un ritrovare un sostrato culturale sociale vicino e familiare. Anche per Giacomo e Anita è stata l’occasione per incontrare bambini e bambine con cui parlare (e giocare!) in italiano. È stato interessante sentire raccontare la Finlandia attraverso i loro occhi e la loro esperienza, confrontandola con la nostra percezione. Ci hanno aiutato a decodificare alcuni aspetti della cultura Finlandese e hanno condiviso la loro esperienza e ricerca di vita.

Abbiamo visitato in più momenti l’ecovillaggio Katajamäki (collina dei ginepri) parlando con le persone che ci abitano stanzialmente o per lunghi periodi.

Valtteri è uno di questi.

Ci ha mostrato alcuni spazi, tra cui la stanza dove dorme.

Istintivamente gli ho chiesto: “Questa è la tua stanza?”

Risponde: “Non è mia! È dove vivo.”

Poi esce e guardando verso il cielo, allargando le braccia mi dice: “Questa è la mia casa!”

Questa frase mi è risuonata subito percependo molto umile, vero e profondo il suo sentire.

Mi ha commosso e mi ha fatto molto ragionare sul mio presupposto culturale e linguistico!

Mi è subito tornato alla mente quello che ci raccontava qualche giorno prima Cristina: la lingua finlandese oltre a non avere i generi femminile e maschile, stabilisce una relazione molto diversa tra soggetto e oggetto. Non è il soggetto a possedere l’oggetto ma è l’oggetto che in un certo senso viene al soggetto, implicando un’ idea di transizione circolare per cui come arriva, può andare…

Mi fa molto riflettere su quanto la lingua con cui pensiamo (ancor prima di esprimerci) rifletta una visione della relazione che instauriamo come soggetti con altri soggetti e con le cose del mondo. L’idea del possesso ci pone in una relazione di dominio e predominanza, rispetto a tutto ciò che riceviamo come dono.

La terra che ci accoglie, sostiene e nutre è un dono!

Il cielo che ci circonda, orienta e avvolge è un dono!

Spesso penso di dover possedere qualcosa e invece è così bello porre l’attenzione su quanto si può usufruire e godere delle cose perché in qualche modo “arrivano a noi”.

In Finlandese abbiamo osservato e spesso goduto di strutture, risorse, servizi messi a disposizione in modo generoso, gratuito e con una fiducia implicita. Capita spesso di trovare, lungo i sentieri nei boschi, strutture di legno (lavuu) dove potersi riparare ed eventualmente dormire, con la postazione fuoco e griglia (non raramente munita di legna già spaccata o utensili per farla nel bosco vicino) e immancabile compost-toilette (con tanto di carta igienica). In alcune aree soste per viaggiatori si trova il servizio lavatrice-asciugatrice gratuito.

Ci siamo piacevolmente stupiti di questa disponibilità che, a mio parere, implicano un alto grado di fiducia nel fatto che le persone possano usufruirne in modo responsabile, autogovernandosi in base al bisogno. Mi sembra implicitamente un grande esercizio di consapevolezza e libertà, che stimola in chi riceve senso di gratitudine, responsabilità e desiderio di cura del mondo che ci ospita!

Quando si raccolgono le cipolle?

Tornando con la memoria ai giorni trascorsi ospiti da Adam e Anja in Polonia, in un piccolo paesino sopra Varsavia, ripenso ad una delle mansioni svolte nell’orto: raccogliere le cipolle.

Anita e Giacomo mi hanno aiutata con entusiasmo in questa attività.
Durante questa operazione semplice, banale e non pregna di particolare rivelanza ho preso coscienza di una cosa: stavo per mettere in pratica un informazione raccolta e memorizzata accidentalmente poco tempo prima, comprendendone il reale valore intrinseco.
All’inizio del nostro viaggio, durante la prima tappa a Grumes, con Gloria abbiamo scoperto che le cipolle si raccolgono quando lo stelo con le foglie è secco.
Probabilmente tanti di voi già lo sapevano, io l’ho scoperto poco prima di compiere 40 anni.
Ma non è tanto questa lacuna a fare scalpore, nonostante io sia contenta di aver scoperto quando si raccolgono le cipolle. Il detto “meglio tardi che mai” mi viene in soccorso!
Più di questo ho riflettuto sulla conoscenza che Anita e Giacomo stanno acquisendo, memorizzando e trattenendo nel loro bagaglio di vita.
Mi chiedo quanto possa essere importante acquisire questo panorama di conoscenze rispetto alla natura che ci sfama, legate all’ autosostentamento.
Credo che sia un sapere pratico e concreto prezioso come altri (tipo quello di cucire, lavorare la maglia ai ferri o uncinetto) che ci riporta ai reali bisogni che abbiamo, al fare manuale e alla soddisfazione -con una dose di fatica- che dà!

Questo episodio, come altri simili, mi suscita svariate domande rispetto ai saperi importanti della vita, riportandomi alla distinzione e categorizzazione tra saperi alti, intellettuali e saperi concreti e manuali non per questo meno nobili.
Penso ai miei saperi e li paragono a quelli dei miei figli che già mi sembrano più radicati nella vita.

Pietrangeli, nella canzone Contessa, ci ricorda che “anche l’operaio vuole il figlio dottore”.
Ha ragione. Anche io mi auguro che i miei figli siano, se non dottori, sicuramente “dotti” perché “saper pensare” e la cultura hanno un valore inestimabile ma altrettanto mi auguro che possano avere una buona dose di “saper fare”.

Seminatori di stelle

La nostra amica Cristina, partecipante del progetto Samara, ci ha donato prima di partire delle stelle colorate fatte con la tecnica origami.


Erano accompagnate da questa dolce dedica:
“Siamo polvere di stelle, ecco perché affidiamo i nostri sogni a loro.
Poi diveniamo nucleo splendente che ci permette di brillare lasciando una traccia dietro di noi.
Nel nostro andare, nuove stelle prendono vita ad ogni tappa del nostro incedere.
Unendole il disegno sarà chiaro in questo vasto cielo stellato.”

La prima l’abbiamo appesa al cruscotto di Joy e ci segna la direzione da prendere…


Le altre abbiamo deciso di condividerle e donarle alle persone che incontreremo lungo la strada.
Le doniamo in segno di buon auspicio per i desideri di gioia che ognuno potrà esprimere!
Infatti le stelle hanno una stretta relazione con i desideri: etimologicamente “desiderio” significa “senza sirio”. Sirio era la stella di riferimento per gli uomini di mare e terra per orientarsi, per sapere quale direzione intraprendere…
Proprio come le stelle, i desideri danno direzione al nostro procedere.
Desiderare è l’inizio di un progetto, un sogno…

Sarà bello alla fine del nostro viaggio poter tracciare una mappa delle stelle regalate e seminate…

Uno speciale ringraziamento va a Cristina perché il suo dono unisce il nostro sogno a quelli altrui!


Queste sono le stelle che finora abbiamo donato:

Grumes – Trentino-Alto Adige: Gloria e Marcello
Brloh – Czech Republic: Christina and Jiri
Opinogora Gorna – Poland: Adam and Anja
NordKapp – Norway: Giampiero e Libero+Musa
Oulu – Finland: Kristiina and her son, Rafael

Giunti alla fine della terra… per poi ricominciare!

Dopo aver attraversato chilometri e chilometri di strada con montagne da una parte e mare dall’altro -si intrecciano in un abbraccio amoroso- siamo arrivati a quello che ti dicono essere il punto più a Nord d’Europa!

Capo Nord, 71° 10′ 21″.

Tecnicamente un promontorio di erba e pietra che si butta a picco nel mare, nell’oceano Artico. 

Poi una distesa infinita d’acqua…

Null’altro!

Non c’è nulla ma in quel nulla c’è qualcosa di magnetico, potente ed emozionante!!

Credo che in parte il fascino derivi dall’aspetto simbolico del luogo.

Nordkapp è il punto più a Nord dell’Europa continentale e la fine della Terra, quantomeno della terra emersa…

Eppure quella scogliera di 300 metri a picco su una distesa d’acqua a perdita d’occhio marca un confine ben preciso. 

Oltre a lì non è possibile procedere.

Si delimita un limite forte e tangibile, la fine della terra appunto. 

Anche se poi non è una fine. 

È una fine che anela a un altro altrove, che è solo l’inizio di qualcosa d’altro, forse solo in un’altra forma. 

Una fine che richiama e apre a nuove possibilità, invece che chiuderle ed escluderle.

Eppure questa presunta “fine” ha qualcosa di maestoso, sublime e profondamente emozionante che riconduce alla sensazione e percezione della propria piccolezza e finitudine.

Mi sono sentita tanto piccola ma nello stesso tempo tanto fortunata e grata di poter contemplare tanta meraviglia!

È in questo incontro amoroso tra forze titaniche, quali la terra e il mare, in quel nulla di maestosità, che ho contemplato il Tutto!

Orchi e streghe

Passeggiando per un bosco poco fuori Tallinn, capitale estone, con Giacomo abbiamo parlato delle sue paure.
Ultimamente capita che durante la notte si svegli dicendo che ha paura dei mostri.
Abbiamo cercato di capire quale sia il timore e come si sente quando cala il buio che richiama l’ignoto.
Noi stessi, Sandro e io, ci siamo ritrovati a raccontare di quando da bambini temevamo il buio e di tutto quello che la nostra immaginazione proiettava in quel buio.
A ripensarci sento ancora quella paura come reale, fisica, non razionalmente spiegabile. Abbiamo riconosciuto legittime le paure di Giacomo, con i suoi otto anni di vita, che si trova a vivere un’esperienza elettrizzante ma anche ricca di incognite!

Abbiamo cercato di ascoltare, accogliere, rispecchiare e legittimare le sue paure più esplicite chiedendo cosa potrebbe aiutarlo ad “avere meno paura”.
Siamo arrivati a ricordarci che starci vicino  rassicura e rasserena, ricordandogli la nostra presenza, protezione e amore.
Questo, da madre e da padre, è il nostro primario compito anche se in cuor mio sono consapevole che può essere solo un buon proposito.
Il timore di non essere sufficientemente protettiva è reale e tangibile!
So che non posso (e forse, non devo) proteggerlo da tutto, neanche dalle sue stesse paure. Non è nelle mie reali e umane possibilità. Non posso, anche se vorrei, controllare l’accadere delle cose.
Tanto meno non posso illudere i miei figli di poterlo fare, non sarebbe onesto.
La cosa che, forse, posso fare è accogliere il mio e loro senso di fragilità poiché è questo che più di tutto le paure ci ricordano: che siamo fragili!
È questa fragilità che tanto ci fa sentire esposti e indifesi. Ci fa tremare…
Ma a volte forse dobbiamo un po’ tremare per comprendere quanto di prezioso e precario abbiamo, per desiderare un abbraccio che scalda e accoglie, per dialogare e scendere a patti con le ombre che ci accompagnano.

Abbiamo cercato, in un secondo momento, di ironizzare dicendo che se i “mostri” annusano i piedi (talvolta sporchi e puzzolenti) forse scappano!
Poi mi è venuto da ricordare che più di tutto i “mostri”, come dice Manuel Agnelli, sono soli, forse bisognosi solo di attenzione, e che quando si ha il coraggio di affrontarli si scoprono cose inaspettate!
Allora penso ai miei “mostri”: quelli che da piccola cercavano spesso di entrare dalla porta di casa mia, creandomi molta paura e inquietudine. Quando una volta, invece che opporre resistenza, ho aperto la porta per “dirgliene quattro”, li ho trovati sicuramente brutti ma anche molto indifesi, fragili e soli!!
Mi hanno fatto così tanta tenerezza che non sono più tornati a trovarmi nel cuore della notte!

Auguro a Giacomo, con il tempo, di riuscire a trovare un modo per entrare in relazione con i suoi “mostri”, per forse scoprire che spariscono proprio quando accettiamo di vederli e fargli compagnia!