Quando pochi giorni fa abbiamo fatto sosta a Mszana ci siamo accorti di essere a pochi chilometri da Auscwhitz e, istintivamente, abbiamo pensato di venire a visitarlo. Era un’opportunità troppo grande per non coglierla.

Adesso, dopo oltre quattro ore di visita guidata, Giacomo e Anita, esausti, si sono addormentati e tra noi è calato il silenzio.
Sono talmente forti le emozioni vissute oggi che le parole sembrano un inutile orpello nel tentativo di cercare di dare una spiegazione che in realtà non c’è o, quantomeno, non rende giustizia all’orrore accaduto in questi luoghi e vissuto da oltre un milione di persone.
In certi momenti ci è sembrato di avere il bisogno di nasconderci dietro al cellulare per catturare immagini che parevano pugni nello stomaco. Un modo ingenuo per allontanare o anche solo creare una distanza emotiva tra noi e quelle stanze ormai vuote che trasudano una pienezza troppo greve da sopportare.
Anna, la guida che ci ha accompagnato nella visita, ci ha condotto nei diversi luoghi del campo, nelle baracche adesso adibite a museo.
Quelle più tristemente suggestive sono probabilmente quelle che furono chiamate “Canada” (agli ebrei prelevati dai ghetti veniva detto che sarebbero stati condotti nel Paese nordamericano per potervi iniziare una nuova vita”).
Vi sono raccolti montagne di effetti personali: occhiali, scarpe, pettini, vestiti, pentole, protesi, valigie… Questi enormi accumuli ci sono sembrati i precursori di celebri installazioni di arte contemporanea come, ad esempio, quelli di Christian Boltanski.
Il campo di sterminio venne creato alla metà del 1940, nella città di Oswiecim, rinominata dai tedeschi Auschwitz. Ha assunto da subito al ruolo di campo di concentramento soprattutto per ospitare prigionieri polacchi che non trovavano più posto nelle carceri ormai sature.
A partire dal 1942 il lager iniziò a svolgere una seconda, terribile, funzione: iniziò ad essere utilizzato come campo di stermino di massa per gli Ebrei.
La scelta del luogo in cui far sorgere il campo ha due ragioni principali: innanzitutto con l’occupazione della Polonia i soldati nazisti confiscarono le caserme già esistenti per evitare di doverne costruire di nuove. Inoltre, dal punto di vista geografico, Oswiecim si trova nel cuore dell’Europa e grazie alla sua rete ferroviaria era particolarmente adatto, dal punto di vista logistico, per convogliare i numerosi treni carichi di prigionieri provenienti da ogni angolo del continente.
Le dimensioni di questi luoghi sono enormi: un vero e proprio distretto dell’orrore che, grazie al lavoro forzato dei prigionieri, portò tra il 1942 e il 1944 alla costruzione di circa cinquanta campi sussidiari nei dintorni oltre a Birkenau e Monowitz per una superficie totale di circa 40 chilometri quadrati (la cosiddetta Interessengebiet – zona di interesse).
Il vicino campo di Birkenau, costruito sul territorio del paese di Brzezinka, fu costruito a partire dal 1941 e vi vennero installati i più celebri e terribili strumenti del genocidio pianificato dai nazisti: le camere a gas.
Uno degli aspetti che più ci ha colpito è stata la fredda e calcolata premeditazione con cui i vertici dell’esercito tedesco hanno cercato di ottenere il massimo risultato (numero di persone eliminate) con il minimo sforzo in fatto di tempo e spesa. Una strategia basata sul principio di economia, la quintessenza della capacità manageriale applicata ad un disegno folle e crudele.
La scelta stessa di utilizzare lo Zyklon B come strumento di morte risponde alla necessità di uccidere molte persone contemporaneamente senza utilizzare neanche una munizione.

I numeri di questo folle progetto sono, ancora una volta, impressionanti:
- nel 1944 i nazisti deportarono ad Auschwitz quasi 430 mila Ebrei dalla sola Ungheria;
- 300 mila dalla Polonia;
- 7 mila e 500 dall’Italia;
- in tutto oltre 1 milione e 300 mila persone furono deportate ad Auschwitz-Birkenau;
- la funzionalità delle camere a gas arrivò a dispensare la morte a 6000 persone al giorno;
- il 20% delle persone entrate nei due campi erano bambini;
- la razione di cibo quotidiana (pane, zuppa e un pezzo di margarina) non arrivava a 1000 calorie.
Oltre all’eccidio di così tante persone questi luoghi hanno visto perpetrare esperimenti sui corpi di bambini e bambine, uomini e donne nel nome di una scienza folle che voleva, tra le altre cose, portare alla sterilizzazione di massa delle cosiddette razze inferiori e a una maggiore fertilità per le donne tedesche.
È osservando le foto e i materiali esposti negli edifici che costituivano il lager, divenuto museo e luogo della memoria nel luglio del 1947, che abbiamo avuto modo di percepire e toccare con mano il senso di ciò che Hannah Arendt definì la banalità del male.
Ci siamo chiesti quanto fosse opportuno per i nostri figli fare questo tipo di esperienza emotivamente molto intensa.
Ci siamo interrogati a lungo prima di prendere una decisione e alla fine ha vinto l’idea che fosse un’occasione irripetibile per poter conoscere e tematizzare una pagina di storia.
Li abbiamo portati con noi alle manifestazioni del 25 aprile, recentemente abbiamo discusso del conflitto in corso in Ucraina e, più in generale, abbiamo sempre affrontato tematiche di attualità, anche forti e crudeli, con sincerità ed apertura.
Durante la visita hanno ascoltato con attenzione, hanno fatto domande a noi e alla guida, hanno osservato le baracche, le foto, gli ammassi di scarpe, vestiti, capelli. Hanno visto la camera a gas e i forni crematori del campo di Auschwitz-Birkenau.
Alla fine, come spesso accade, ci siamo accorti che le loro competenze e capacità di rielaborazione sono maggiori delle nostre perplessità e dei nostri timori iniziali.
Durante la cena abbiamo avuto modo di parlare insieme della giornata che si stava concludendo, di cosa ci aveva colpito e delle emozioni che ci stavano attraversando.
Ecco le loro impressioni:
Giacomo: << Mi ha colpito vedere quelle montagne di vestiti, scarpe e capelli e sapere che gli estraevano i denti d’oro. Mi ha stupito che l’80% delle persone andavano direttamente nelle camere a gas e solo il 20% veniva messo nel campo di concentramento. A Birkenau mi hanno fatto impressione i bagni nella baracca. Erano tantissimi e tutti vicini, senza divisori. Un’altra cosa che mi è rimasta impressa è come li facevano entrare nelle camere a gas: dopo il viaggio in treno gli proponevano di fare una doccia, gli chiedevano di ricordare dove lasciavano i vestiti e gli davano il sapone. Quando erano dentro chiudevano la porta e spegnevano la luce. A quel punto gli ebrei capivano che era un inganno. Mi è molto dispiaciuto sapere che i nazisti usavano così tanta prepotenza. Ho privato tristezza per tutte quelle persone morte.>>
Anita: <<Anche a me hanno colpito i capelli e poi i vestiti e le scarpe dei bambini. Tutti quei capelli dimostrano che c’erano cento infinite persone e sono tutte morte. Ho sentito che la guida diceva che gli davano pochissimo cibo. Mi sono sentita triste per loro…>>



Ci siamo messi in viaggio spinti dal desiderio di cercare nuovi orizzonti, nuove prospettive per guardare al mondo con gioia e stupore e ci siamo imbattuti nell’orrore e nella disperazione.
Speriamo che questa tappa possa servire alla nostra famiglia e a chi legge questo blog a fare tesoro di questa testimonianza per dare un senso alle parole di Primo Levi sopravvissuto dopo un anno di prigionia e liberato dai soldati russi nel 1945 “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre.”

























